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UN COVO DI VIPERE, di Andrea Camilleri.

pubblicato 02 apr 2014, 00:11 da Elvio Ceci

Ti aspetto sul tuo letto, mentre esci dal laboratorio. Ripenso a tutto quello che non ho ricevuto, a tutto quello che sarebbe potuto essere se solo ti fossi lasciata andare. Rido per la radio e mi concentro su quello che ho; lasciando stare le ingiustizie quotidiane e mancanze piccole: hai comprato quattro uova, mascarpone, cioccolato e noci; hai fatto una crema e l’hai messa sul pandoro. l’hai portato a una cena con le amiche. Pandoro comprato con i miei ultimi soldi.

È un ennesimo delitto per il commissario di Vigàta, Salvo Montalbano. In questo caso si tratta di un doppio omicidio di una stessa persona, un vecchio usuraio fimminaro, che amava spendere soldi e patrimonio per piccole donne e giovani ragazze. Il libro è molto bello e dà perfettamente un’immagine della Sicilia, forse non senza stereotipi; ma ti immerge in un mondo e una tradizione mediterranea, che si discosta molto dalle classiche visioni nordamericane della tv o dalle aree francesi dei romanzi noir. Anche se forse è molto idealizzato come scenario, la bellezza è proprio nel lasciarsi coinvolgere dalla maestria stilistica dell'autore e vivere in Sicilia. La bravura è anche nel farti ipotizzare a te, prima che a Montalbano, la soluzione possibile; ma svelare lentamente il quesito, come se fosse un film.

Fondamentale è, nella lettura, la preminenza del dialetto: non stanca e non è incomprensibile, anzi si sente che è vivo e questa è la vera maestria di Camilleri.

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