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POESIE, di Francois Villon.

pubblicato 04 lug 2014, 03:17 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 04 lug 2014, 03:19 ]

Squilla alle 7:00 a m. Faccio fatica; molta, fatica, a… Luce, celeste, dalla finestra poco aperta. Il caldo e il sudore mi foderano. Intorno. Mi sveglio di corsa e mi faccio il caffè. Un caffè duro e amaro con due biscotti. “Fa male!”- dice tua sorella. Come ogni mattina; e come ogni mattina faccio due esercizi per non sentirmi in colpa di stare tutto il giorno sopra i libri o davanti al computer. Mi sveglio. Solo la moto mi libera: ogni giorno una strada diversa verso l’ufficio.

Il libro è una raccolta di poesie, dove la parte centrale riguarda il Testament: una sorta di testamento che il poeta ha lasciato come regalo di una vita vissuta. Il tema principale è, naturalmente, la morte, la vanità delle passioni, la velocità con cui il tempo consuma i giorni e la bellezza che sfiorisce. Interessante la struttura del componimento: le numerose ballate, sono inframmezzate da ottave, a volte singole altre volte più di una, che introducono la ballata. Queste poesie hanno un carattere prettamente personale; strano, credo, per l’epoca. Siamo abituati a narratori, cantastorie e amori difficili, non poeti esistenziali che raccontano dei loro ricordi di taverne, prostitute vecchie e di madri sole. Forse è proprio questo che lo ha fatto amare da Fabrizio De André.

Tutte le poesie sono ovviamente in rima. Nella traduzione le rime non sono perfette e questo da un po’ di modernità all'opera. Forti sono gli enjambement e le inversioni sintattiche.













BALLATA DELLA GROSSA MARGOT



Se amo e servo la bella di buon grado,

dovete voi tenermi a vile e a sciocco?

Ella ha in sé beni quanti ognun ne brama.

Per amor suo io cingo e scudo e stocco;

quando vien gente, corro e agguanto un gotto,

al vino me la svigno in piede in piede,

d'acqua, cacio. pan, frutta, fo bottega:

s'hanno moneta, 'Bene stat,' gli dico,

'tornate pur, quando sarete in frega,

qui nel casino ove facciam la vita.'



Ma poi le cose si mettono storte

Se Margot senza soldi viene a letto;

non la posso veder, la odio a morte.

E prendo sopravveste, cinturetta,

veste; giuro che ciò terrà per scotto.

Con le mani sui fianchi, “ah, è l’anticristo!”,

che non lo farà; allora agguanto un tizzo,

sotto il naso la sgorbio d’una scritta,

qui nel casino ove facciam la vita.



Fatta la pace, lei molla una puzza

Spessa più d’un infetto bacherozzo.

Ride, e mi piazza un pugno sulla zucca,

“Cocco,” mi fa, e giù un colpo sul cosciotto.

Ebbri ambedue, dormiamo come un ciocco.

E al risveglio, se il ventre entro lo rugge,

mi monta lei, per non sciuparsi il frutto;

sotto le gemo, più che asse appiattito;

dal gran chiavare tutto mi distrugge,

qui nel casino ove facciamo la vita.



Vento, grandine, gelo, ho il pan sicuro.

Porco sono, e la troia è mia ventura.

Chi val di più? Segue l’altro, ciascuno.

Par con pari; a gattaccio can mastino.

Sozzura amiam, ci vien dietro sozzura;

onor fuggiamo, esso di noi ha paura, 

qui nel casino ove facciam la vita.



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