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PALUDE, di Antonio Pennacchi.

pubblicato 29 apr 2016, 04:14 da Elvio Ceci

La strada è dritta, tirata fuori dalla bonifica di Cencelli. La strada è romana. In qualche modo anche i romani riuscirono in qualche tipo di bonifica. Anche l’umidità è la stessa. E forse anche questo tunnel di pini grigi e verdi sono gli stessi; gli stessi che ci proteggono dalle ragnatele di nubi che penzolano dai quei mobili vecchi che sono i monti lì dietro. I Lepini. Alzo la musica. Un fascio di note a 110 km/h, la mia auto lungo l’Appia, che schiva carcasse di altre auto, di altri ragazzi che tornavano. Morti.

Le storie raccolte e tessute sono storie vere. L’autore specifica bene che non crede che siano reali. Molte sono raccontate da una zia, di nome Antesinesca, che ricorda le figure dello sciamanismo indoeuropeo: sono storie di anime che, non potendo tornare nel ciclo di rinascita, rimangono in questo purgatorio ad interagire con i vivi. Alcune sono quelle di Mussolini e Cencelli, gli ideatori della bonifica; un’altra è Maria Goretti, la protettrice delle paludi. Ma il vero collante è questo Palude, un amico del narratore, vero motore del libro. La è ambientata all'interno della palude pontina, dalla bonifica fino ad oggi. E si vede come sia viva e incosciente, in costante mutamento e metamorfosi. Viaggiare per questi luoghi, dopo aver letto il libro, da maggior significato ad ogni singolo canale. Non ho detto nulla. Forse meglio.

Lo stile di Pennacchi è asciutto, sintetico e con termini molto concreti: è pieno di frasi brevi, poco lirismo e pieno di esagerazioni ironiche che rendono ogni personaggio più umano. Gran libro.

D. Cambellotti, La redenzione dell'Agro pontino, 1934, pannello centrale, tempera su lastre di eternit, cm. 260x1440, Latina, Palazzo del Governo

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