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OTTANTOTTO DITA MECCANICHE, di Michele Papa.

pubblicato 16 set 2015, 13:07 da Elvio Ceci

I miei muscoli distesi, in riposo. Sigillato in camera mi difendo sempre più dai rumori, dai trilli, dalle voci che chiamano “Elvio!”; dalla violenza delle mamme verso i bimbi quando è tardi, quando devono asciugarsi perché loro devono cucina, loro devono spazzare, loro chattare, loro devono… E i bambini non devono: è una questione di potere. Chiuso da dentro, chiuso dentro; forse sempre più insensibile, forse sempre più curioso. Ma almeno non aumento l’urlo della rabbia familiare.


La poesia di questo autore è una “poesia da camera”, domestica; in cui la fanno da padrona gli spazi chiusi, come la casa, l’auto o la persona stessa con tutta la sua corporalità, fatta di sangue e ossa.  Come un Novecento di Baricco contemporaneo, forse il limite dato dalle ottantotto dita meccaniche, i tasti bianchi e neri, permettessero di esprimere l’infinita varietà del mondo: con il linguaggio che usa poche regole creando significati infiniti. Forte nella sua poesia è la presenza di una lei che o è presente oppure è presente la sua assenza. Nelle poesie sono presenti numero citazioni: vediamo presente il dolore rappresentato come una pianta che cresce dentro di noi, come fece anche Boris Vian; vediamo un parco di Roma diventare una foresta di simboli à la Baudelaire, ed altri ancora.

Le poesie utilizzano in maniera elegante differenti stili: in alcune si scompongono i sintagmi grammaticali, con tanti enjambement; altri sono dei mantra che ripetono parole; altri filastrocche fintamente non-sense.

Ci saranno proprio tutti
ad abitare questo teatrino
ci sarà più gente sul palco che fuori 
ci saranno proprio tutti
 con le loro maschere, e i forconi 
a interpretare
la loro parte da inquisitori. 

I disillusi faranno da palo 
cosparsi di miele e assenzio 
senza di nuovo farsi del male 
saranno inermi, i vermi 
confortati dal fatto che 
molte storie sono più belle raccontate 
che vissute. 

La nostra amica alta un metro e ottanta
aveva portato del vino e della grappa
giusto per sgrassarci l’intestino… 
tutt'intorno, fuoco e fiamme
sembravamo ospiti di un romanzo
oppure da un reportage strappalacrime
inedito, preso da qualche TG nazionale. 

Dalle loro voci si propagava 
un suono cupo. Monotòno. 
Un continuo sotterfugio
riflesso delle società passate. 
Se questa è Sodoma 
potrei abituarmici
è il risultato del continuo sopravvivere 
decente. Per non dar noia a nessuno.

La frustrazione potrebbe essere una soluzione 
all’elettrocardiogramma piatto
nel quale si identifica
questo urlo compresso 
che fatica a uscire.

Ho immaginato di star bene 
e di ricongiungermi al mare 
e tutto questo solo perché ero cambiato.” 

9 LEGIONI[PARTE SECONDA]
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