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LA FINE DI QUEST’ARTE, di Silvia Bre.

pubblicato 20 ott 2015, 23:32 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 20 ott 2015, 23:36 ]

Lo so che non è corretto; ma ogni volta che entri, le mie viscere, lente, provano un’anfesimena di sensazioni. Da una parte il rumore, il preoccupato caos del tuo vivere, le insistenti domande su certezze evidenti; antiche paure create in sogni che vendi e senti, come fantasmi viventi, diventano reali suoni e immagini. Dall'altra l'invincibile consapevolezza che quando non ci saranno, mi mancheranno. Chi sa se anche io avrò la forza di vivere al mille e di esser nonno.

La poesia di Silvia Bre mette in scena, un po’ in tutto il libro, un concetto simile a quello che in arte viene usato nel dipingere una natura morta: la scelta degli elementi presenti nella scena rispecchia la situazione emozionale della poetessa. Ma, qui, nella sua scrittura la natura non è morta, è viva: anche le nuvole, per esempio, sono come un mare che si stacca e crea una cassa di risonanza dei silenzi della montagna. E l’occhio che la vede diventa un qualcosa di fondamentale e presente nell'architettura tematica del libro (esplicito riferimento a S. Lucia). La poesia esprime quell'istante unico in cui siamo in simpatia (nell'accezione alchemica della parola) con la stagione nel mondo; tentando di ricrearla sempre, ogni volta. Sembra un poema della creazione del sé.

La poesia della Bre è piena di interruzioni, enjambement e pronomi e articoli che spezzano l’uso abituale della frase e del verso. Il libro sembra essere infestato da allegorie continue.



Ma pensare, pensare è affrancarsi,
mentre che sogna addormentata nella terra:
in te che mi riguardi e sei
quello che sono
distendo questo mio corpo fedele 
nato per raccontare della luna 
quando va via da sé 
quando senza più noi va da nessuno.” 


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