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DON CHISCIOTTE DELLA MANCHA, di Miguel de Cervantes.

pubblicato 28 dic 2016, 09:13 da Elvio Ceci

È stanco, ma cammina. Il respiro non è più fatto di ossigeno, ma di acqua che rallenta i polmoni con una ritmicità di cinghia non oliata. Letto, poltrona e tavola da pranzo sono le strade indicate da segnaletiche di infermieri e parenti, dentro casa sua. La tv, una compagna di che lo accarezza e lo fa addormentare e riposare per le lunghe traversate. Eppure non basta: c’è un viaggio che gli permetterà di vedere ancora il mondo esterno. Non c’è bisogno di vestirsi e sentire altre parole: basta una matita per votare.

È un libro che ha bisogno di poche presentazioni. Un anziano hidalgo di un paese non precisato della Mancha in Spagna, influenzato dai tanti libri di cavalleria letti durante la sua vita, un giorno rispolvera una vecchia armatura di qualche suo avo, la indossa e va errando per il mondo come cavaliere. Innamorato di Dulcinea del Toboso, aiutato dal contadino Sancho Panza, onestissimo nell'animo, combatte contro le numerose insidie che anonimi Incantatori gli scagliano contro: incantamenti che ritornano ad essere realtà, una volta finito l’incantesimo. È un libro che dispiace terminare, pieno di psicologia (è veramente pazzo Alonzo Quijano?), pieno di complessità nelle relazioni (o sono più pazzi chi lo asseconda?) e pieno poeticità pura (ciascuno ha sogni e speranze che ci permettono di andare avanti). Uno dei migliori classici.

Lo stile è molto ironico, allusivo e a volte lirico: ci sono molte immagini piene di poeticità, traspare molto affetto dell’autore anche se sempre con un taglio ironico e di sberleffo. Molti  i proverbi di Panza.


“Qui giace l’hidalgo forte.

A tal punto egli pervenne

di prodezza fiera e ardita

che la morte con sua morte

non trionfò della sua vita.

L’universo ebbe in non cale

e fe’ al mondo gran paura;

fu la sua condizion tale

che provò la sua ventura

morir savio e viver pazzo”

 

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