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DADDO’ DADDA’, di Lino Angiuli.

pubblicato 11 ott 2016, 22:51 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 04 nov 2016, 12:16 ]




Mi sono sposato. Eppure io non ci sono. Non è mia questa foto con i totem dei miei figli in primo piano; non è mia questa barchetta di sughero (chissà dove, chi, la comprò); non è mia questa parete rigata in verde e oro. Anche se mi sdraio tutti i giorni sul divano, sul letto, dopo una giornata massacrante, cerco fuori, in strada, in ufficio, un significato che non posso portare dentro. Alla fine,ho dovuto cercare fuori anche l’amore di mia moglie.

La poesia dell’autore è inusuale. Apparentemente piana, chiara discorsiva; ma dentro contiene una linfa sonora inaspettata che musica ogni poesia. Ogni componimento tratta di temi che inizialmente sembrano totalmente personali in modo assai concreto e materiale, eppure sono carichi di una universalità disarmante. È una poesia concreta: il padre seminatore dei campi, i dolori sono i chiodi piantati nella carne, il respiro un pendolo orizzonte. È una poesia estremamente materiale, in cui si riesce ad essere inondanti dalla luce del sole, si riesce a stare nella sua terra di Puglia ad agosto o a maggio. Ciò che mi ha colpito sono proprio le immagini, molto potenti e sincere. È ciò che riesco a dire poesia contemporanea: nuovo modo di vedere il mondo, sentirlo ed esser capaci a descriverlo.

Le poesie sono di dialetto nord-pugliese, della varietà di Valenzano. Alla fine della raccolta ci sono anche delle poesie di autori internazionali tradotte in questa lingua regionale.

 



ALLA STAGIONE CHE IL MARE E’ TUTTO LUI

 “Alla stagione che il mare è tutto lui/ e per poco non odora di sudore/ a me mi fa testa più o meno così/ per prima cosa gli stuto la radio ai rumori/ tiro fuori il cuore da dentro il tiretto/ lo metto al sole ad asciugare e a cuocere/ a fuoco lentolento lento/ chissà possa sloggiare dalla croce/ che un giorno sì e un giorno no/ fuoriesce da fegato come uno spuntone/ e lo fa a stracci il teatro di allora/ il desiderio di una volta quando/ i passerotti proprio sotto casa/ in vece vedi adesso! // Poi / sano sano mi ungo di luce/ mezza azzurra mezza bianca/ di quella buona a masticare e a bere/ luce che abita sottoterra/ e sale piano da sotto le chianche/ apposta per venire a sgombrare il vento/ di qua di là/ apposta per venire a scartavetrare/ il muro del tempo/ le ombre imbalsamate/ il seno di mamma fontana di parole/ l’aratro arrugginito di mio padre. // E all'ultimo/ mi strofino addosso una canzone/ verde e gialla e rossa di cicala/ un maestrale di giornata/ che vale quanto vale/ e dolcedolce mi fa squagliare in corpo/ tutta quanta la mattia del male.


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