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CANTI PISANI, Ezra Pound.

pubblicato 19 mag 2014, 09:26 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 19 mag 2014, 09:28 ]

Stanco del viaggio all'estero, torno a casa. Nell'oscuro corridoio filtra una sagoma nera e solenne e trema e zoppica, cercando di andare a vedere  la partita di calcio in televisione…in salotto: è appena uscito dal bagno. Ma non si sente bene. Dopo poco inizia a scivolare dalla poltrona, ma si attacca al bracciolo per non crollare a terra. Lo prendo tra le braccia; pesa, mangia troppo. Lo prendo tra le braccia come una principessa. Riaccompagno in bagno il mio italico nonno.

Come ho già detto altre volte[1], la poesia di Pound può essere un buon punto di partenza per definire una letteratura del futuro. Presenta, infatti, delle caratteristiche che si adatterebbero bene agli strumenti informatici che possediamo ogni giorno con noi (tablet, pc, smart-phone): multimedialità, uso di differenti linguaggi, sincretismo concettuale, sincretismo. Questa opera è stata scritta durante il periodo in cui Pound fu rinchiuso nel campo di concentramento a Pisa. Recluso perché filo-fascista, trova il modo di scrivere il suo poema di tutta la vita, attraverso l’aiuto di altri carcerati. La storia racconta che quando uscì, fu rinchiuso dentro a un ospedale psichiatrico (per salvarlo dall'accusa di fascismo), dovuto al fatto che fu trattato in maniera barbara durante la reclusione (oltre al fatto che avesse già una sessantina di anni).

Un nota particolare la lascerei alla punteggiatura che, per Pound, sembrerebbe avere una funzione solamente musicale: è funzionale alla lettura della poesia. Si può finire un canto con una virgola.


“Ed ascoltando al legger mormorio

    penetrò nuova acutezza d’occhi nella mia tenda,

sia di spirito o di ipostasi,

   ma ciò che nasconde il paraocchi

o di carnevale

                               nessuna coppia mostrò ira

       vidi gli occhi soltando e la distanza tra gli occhi,

colore, diastasi,

       incurante o inconsapevole di non possedere

   tutto lo spazio della tenda

né vi era posto per il pieno Eιδὼζ

inserirsi, penetrare

      gettando solo ombra oltre le altre luci

               chiaro di cielo

                mare di notte

                verde di vasca montana

                irradiava splendore dagli occhi smascherati nello spazio di mezza maschera.

Quello che veramente ami rimane,

                                                               il resto è scorie

Quello che veramente ami non ti sarà strappato

Quello che veramente ami è la tua vera eredità

Il mondo a chi appartiene, a me, a loro

                                                    o a nessuno?

Prima venne il visibile, quindi il palpabile

       Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,

Quello che veramente ami è la tua vera eredità

 

La formica è un centauro nel suo mondo di draghi.

Strappa da te la vanità, non fu l’uomo

A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,

       Strappa da te la vanità, ti dico strappala

Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo

Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità dell’artefice.

Strappa da te la vanità,

                                               Pasquin strappala!

Il casco verde ha vinto la tua eleganza.

 

<<Dòminati, e gli altri ti sopporteranno>>

                Strappa da te la vanità

Sei un cane bastonato sotto la grandine,

Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,

Metà nero metà bianco

Né distingui un’ala da una coda

Strappa da te la vanità

                        Come son meschini i tuoi rancori

Nutriti di falsità.

                        Strappa da te la vanità,

Avido di distruggere, avaro di carità,

Strappa da te la vanità,

                       Ti dico, strappala.

 

Ma avere fatto in luogo di non avere fatto

                       questa non è vanità

 

Avere, con discrezione, bussato

Perché un Blunt aprisse

                Aver raccolto dal vento una tradizione viva

o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata

Questa non è vanità.

      Qui l’errore è in ciò che non si è fatto,

nella diffidenza che fece esitare.” [2]




[1] http://www.elvioceci.net/home/articoli-vari/ezrapoundcyber-letteratura

[2] Pag.191-195, Ezra Pound, Canti Pisani, Garzanti, Milano, 2004.

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