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recensioni


Le recensioni hanno una struttura tripartita: nella prima parte descrivo un'immagine che mi ha dato il libro; nella seconda parte parlo del contenuto del libro; mentre nella parte finale accenno allo stile di scrittura. 

IL DERVISCIO E LA MORTE, Meša Selimović,

pubblicato 20 mag 2018, 15:08 da Elvio Ceci



Un piede dopo l’altro, giro intorno agli alberi, sopra una pista da corsa, in mezzo a tronchi, sedie del bar piene di gente che beve e fuma; e bambini che giocano con cagnolini piccoli. E corro, un passo dopo l’altro, girando intorno alla pista. E mentre vedo tutta quella vita intorno, mi sembra che non sia io a muovermi ma  il mondo tutto, la realtà, deformarsi: sembrava che fossi fermi e che il resto del parco si spostava, facendomi scoprire nuovi alberi; nuove angolature dei sorrisi e di grida.

Il libro consiste nelle memorie di un derviscio di una piccola cittadina della Bosnia. Tutto inizia quando per un disguido, viene chiamato alla casa del cadì, in cui la moglie cercò di convincerlo di aiutarla a togliere tutta l’eredità al fratello di lei Hasan. Lui accettò perché tentava di salvare suo fratello, Harun, dalla carcere e da una possibile morte. Il derviscio poi stringerà con Hasan e la morte del fratello lo porterà in una spirale di azioni e pensieri; che ricordano i movimenti concentrici e infiniti che queste figure religiose del mondo musulmano operano, in danze vertiginose. E tutto sul filo invisibile, ruota anche la storia, come cercando un equilibrio. E termina con un’altra donna del futuro, il suo vecchio amico con un altro derviscio e un nuovo e giovane sé che vorrebbe riiniziare una vita simile: un altro giro di danza.

La scrittura è molto attenta: i pensieri dell’autore, i suoi sentimenti e le sue elucubrazioni mentali dettano il corso della narrazione. D'altronde lui scrive, ricorda, sono memorie fino all'ultimo giorno.


Chiamo a testimone calamaio e penna e quello che con la per la si scrive;

Chiamo a testimone l'ombra incerta del crepuscolo e la notte e tutto quello che essa ravviva;

Chiamo a testimone la luna piena e l'alba che imbianca;

Chiamo a testimone il giorno del giudizio e l'anima che si accusa da se stessa;

Chiamo a testimone il tempo, inizio e fine di tutto - che l'uomo è sempre in perdita.


Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2008.

HARRAGA. In viaggio bruciando frontiere, di Giulio Piscitelli.

pubblicato 8 mag 2018, 05:42 da Elvio Ceci


Garriscono bandiere rosse agli sbuffi del vento; garriscono anche quelle gialle rigate con esse, le stesse. Migliaia di mani che richiedono l’indipendenza, in alto; come se possa venire dall'alto un aiuto per la Catalogna. Altre mani invece vanno verso il basso e sono di chi da aiuto ad un pari, uno uguale all'altro; ognuno senza confini o barriere: sono mani che dichiarano l’identità della persona, un passaporto utilizzato da più persone durante la speranza della migrazione.

Il libro è un bellissimo reportage fotografico; ma non solo. L’autore per sette anni ha seguito le rotte dei migranti nelle diverse parti dell’Europa: ha oltrepassato il deserto con i furgoni; è vissuto a Tripoli osservando il lavoro in attesa del viaggio in mare; ha aspettato e pagato con loro; si è imbarcato (forse uno dei primi) e ha salvato il barcone segnalando la loro posizione nel mare una volta in territorio italiano. E ancora altro. All'interno sono presenti dei testi di Alessandro Leogrande e delle cartine esplicative del fenomeni di Philippe Rekacewicz. È un lavoro importante che ci mostra migliaia di universi che si perdono, soffrono o riescono a sopravvivere; in questo grandissimo fenomeno sociale che rischia di passarci ogni giorno al lato, nascosto dietro dei muri, senza che ne abbiamo piena coscienza dell’entità.

Poco testo, ma arriva diretto al lettore. Le foto sono suddivise in zone di migrazione, punti di snodo delle rotte. Le foto sono quasi interamente a colori; come ben fatte sono le cartine geografiche.

Contrasto editore, 2017.



IL MONDO COME UN CLAMOROSO ERRORE, di Paolo Polvani

pubblicato 5 apr 2018, 14:51 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 5 apr 2018, 14:52 ]

Aspetti in auto, fermo nella coda. I poliziotti sono li che chiacchierano tranquilli tra loro: uno alto magro, gracile nei suoi movimenti e ondeggiante solo per una folata di vento; l’altro con una pancia da burek di cui immagino la terribile lentezza, già regge il peso con la schiena arcuata indietro. Mi fermo davanti a loro. Lascio al gabbiotto il mio passaporto italiano per entrare dentro la Bosnia Erzegovina. Guardo l’agente: “Da li razumes sve?”, “Da”, “Ide!”.

Il libro è una raccolta di poesie. Il tema non è l’autore. Ma una serie di personaggi che invisibili, che gravitano intorno alle nostre vite e che raramente affrontiamo (sia dentro la nostra esperienza quotidiana sia dentro la nostra coscienza): gli ultimi, coloro che si trovano all'interno del mondo; ma come se fossero casualmente nati nel posto sbagliato, per errore. E ogni poesia è come se l’autore ti prendesse la testa con le sue mani e ti obbligasse a vedere una scena, un’unica scena in cui queste persone sono immortalate per sempre: assolutizzate in una stazione ferroviaria mentre dormono, in attesa di qualche cliente su ciglio della strada, seduti in un vagone ferroviario regionale, sotto i binari di un treno regionale. È un buon momento per una nuova COMMEDIA, mi disse un giorno un poeta. Questa è la direzione.

Le poesie sono estremamente accurate a livello lessicale (campo semantico ricercato e accurato all'argomento) e musicali (quasi mai enjambement forti, scheletro lessicale evidente ma garbato).


COMPLANARE

Erano allegre, vocianti,

erano tante,

giovani più giovani

della mia giovane figlia

sulla complanare 16 bis,

con bei culi in vista,

ciò nonostante

mi ha fatto male male, ho visto

il mondo come un clamoroso errore,

un enorme abbaglio, un solo,

unico sbaglio.


Pietre Vive Editore, Locorotondo, 2016 

UN INFINITO NUMERO, di Sebastiano Vassalli

pubblicato 26 feb 2018, 06:34 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 28 feb 2018, 10:32 ]


La vedi ballare in mare, con la torre borbonica immobile e agitata dentro, mentre osserva l’orizzonte; dietro una cittadella frenetica arroccata in cerca di un parcheggio; Circe calma che urla per un navigante andate ad altre gambe. Sei convinto che ogni azione e parola pronunciata abbia contribuito a creare il mondo che stai godendo, compreso questa foglia che lentamente ti guarda mentre cade. Diventi importante e responsabile.

È il viaggio di Virgilio, Mecenate e Timodemo verso l’Etruria alla ricera dell’origine di Roma: Ottaviano vuole che il Poeta scriva l’ENEIDE. La voce narrante è Timodemo, un ex-schiavo a cui viene insegnata la grammatica greca e latina per aumentare il proprio valore. Nel mercato di Napoli viene osservato da un giovine poeta che voleva un aiuto nella scrittura di carte e scartoffie. Il poeta era Virgilio. È la parte centrale del libro, parte del viaggio, in cui si descrivono le abitudini degli Etruschi che bisogna leggere e rileggere: una parte di eleganza lirica della narrazione unica e affascinante. Il finale poi anche se un po’ aspettato per il discorso e gli avvenimenti accaduti, ti affascina e ti mostra un lato umano e crudele che nei libri di storia della letteratura non si trova.

Lo stile e le immagini sono precisi e ben documentati, la divisione delle sequenze narrative redono la lettura  avviencente; i capitoli corti e fitti fanno in modo che il libro sia molto leggero.



Einaudi, Torino,1999.

CANTI DELL’EDDA

pubblicato 30 gen 2018, 23:33 da Elvio Ceci


È uno stato di vuoto. Non vale il sole, le nubi cariche di acqua rigeneratrice e non vale il vento. Non si sente sulle spalle niente: non il peso della fatica; non il peso delle faccende da fare; figuriamoci la fortuna o la buona sorte. Niente. Tutto è leggero. Tutto è da non fare. Il tempo è bello fuori: dentro calcolo solo il tempo in cui lavoro, in cui devo stirare e cucinare, in cui devo fare la spesa. Conto il tempo che no ho per il calcio, per la chitarra e per vivere.

Questo libro è fondativo della cultura nordica: vengono cantati gli antichi miti del nord scandinavo. Erano storie tramandate dagli Skaldi, simili ai cantastorie o ai cantarini, che andavano di coorte e in coorte a narrare i miti. Queste, a differenza delle storie di cavalieri, sono storie di dei e giganti, in cui era codificata tutta la conoscenza dell’epoca: il ciclo del sole, il mare, le buone maniere da tenere in casa, come pescare, come creare le birre… La battaglia tra gli dei contro i giganti, in cui i primi persero, sembra la narrazione del ciclo delle stagioni; stesso procedimento che accadeva nell'arte vascolare antico-europeo. Poche descrizioni fanno da sfondo ai movimenti dei personaggi; anche le caratterizzazioni psicologiche sono ridotte al minimo: tutto ciò che viene detto è estremamente funzionale alla descrizione. Solo i tratti pertinenti sono scritti. 

Lo stile è molto asciutto e senza lirismo. Le formule si ripetono come da tradizione orale e sono molti sono i patronimici e i richiami alla genealogia. Ogni descrizione ha uno scopo preciso.

 

Lo sparvier dell’oblio sopra il festino

si libra e a tutti invola memoria:

le sue penne me pur hanno incantato

nella casa di Gunnlöd.

STONER, di John Williams

pubblicato 14 gen 2018, 14:42 da Elvio Ceci


E poi ti accorgi che dai molte scuse ai tuoi difetti. Uno su tutti, la razionalità. Ti accorgi che la persona che ti sta a fianco ti cerca; lo fa con i capricci e con i giochetti: ti blocca su whatsapp, non ti scrive i messaggi, quando la senti risponde innervosita e ti rinfaccia il fatto che non l’hai cercata tu per prima, che forse ti ha disturbato prima con tutti i suoi messaggi  e poi… E tu provi a spiegare che stavi semplicemente male, di testa e di polmoni.

Il romanzo parla di un ragazzo proveniente da una famiglia di contadini: gente semplice e lavoratrice che ogni anno distrugge il proprio corpo su un pezzo di terra, ogni anno più infertile. Per migliorare la qualità del raccolto e lo sfruttamento della terra, i genitori lo mandano a studiare all'Università della Columbia, nella facoltà di Agraria. Questo è l’evento iniziale che scuote la routine di questo ragazzo, il quale in modo o nell'altro rimase per tutta la vita all'interno di quell'università. La storia, anche dopo questo momento, rimane sempre lineare, non accadono eventi non prevedibili; eppure la maestria del narratore ci mantiene legati indissolubilmente al romanzo. Ciò che più colpisce è come possiamo far del male, o possiamo subirne, nel quotidiano attraverso piccole disattenzioni o mancati atti di forza necessari.

Lo stile è molto semplice, diretto, con punte di lirismo solamente quando si aprono paesaggi pieni di fiori; parole misurate e ben equilibrate riescono a renderlo avvincente. Niente di nuovo; ma fatto molto bene.


Fazi Editori, Roma, 2012.

BESTIARIO FIORITO, di Antonio Lillo.

pubblicato 7 gen 2018, 14:23 da Elvio Ceci


Sudo e sto fermo. In questa stanza in cui conosco per nome ogni molecola d’ossigeno, le succhio tutte e le trasformo in anidride carbonica. Sudo e bevo acqua, con pasticche frizzanti. Febbre alta. Estate. Il cellulare è pronto a mangiare la mia attenzione, mentre la paura di non fare se ne va in riflessioni su cosa leggere domani. Sento dopo tempo l’orologio che corre lento. Sento debole il respiro noioso di una casa sola, senza rumori. Sento la paura di non esser presente domani all’appuntamento.

Libro di poesie estremante denso, difficilmente sviscerabile nel poco spazio impostovi: tanto che ogni sezione potrebbe essere ampliata e approfondita. Prendiamo solo un punto, dei tanti. Il libro è la narrazione di un io sociale, per niente individuale: il punto di vista, genuino e sincero, ti coinvolge immergendoti in un periodo storico definito e universale. Sia nelle sezioni Catulliane, dove il linguaggio diventa esplicito e scurrile (ma mai volgare); sia nelle sezioni in prosa poetica, in cui la liricità ti coinvolge con melanconia e rabbia; sia nelle sezioni più violente contro le persone che lo hanno ferito, si sente in fondo sempre un io-dolce, conviviale, che tenta di riflettere sul sé in quanto sincero conoscitore della contemporaneità. C’è Pasolini qui. Un libro da leggere come un romanzo di Cortazar.

Le poesie sono scritte in maniera non complessa: si sente un difficile lavoro di sonorizzazione dello scheletro poetico. I termini a volte sono forti, scurrili; ma sempre sinceri, pieni di energia che grida vita.

 

STRUM UND TRAUM. TEMPESTA E SOGNO.

 

«Si dice Sturm und Traum, und non and» A.

 

Che abbiamo noi per salvarci se non questi spazi angolari

queste bolle di pensiero in cui nasconderci e sognare

un passato illusorio tutto d’oro in cui negare a tratti

l’esistenza che ci vuole uccelli di passo o da voliera

né ci chiede mai di venire a patti se anche l’aria per volare

è troppo densa carica com’è di polveri industriali

…………………………………………………………..

 

Ecco che avvolto come da confortevole bara

in una coperta di lana ascolto la tempesta la fuori

(senza ritorno) e il cicaleggio degli altri sopra.

Non vedo a due metri oltre quel muro che destino mi aspetti

ma non strepito più come come un ragazzino di malumore.

 

Annoto nel mio diario di bordo le uniche lezioni degne

e mai nuove: che la vita va vista con gli occhi del tempo

e che i grandi non mollano: scrivono. La notte mi sovrasta

senza stelle che passino quel vetro macchiato di salsedine.

 

E sono grato persino del mio sonno senza amici senza più

il calore di un camino senza alcuna luche che mi guidi

in mare aperto…………………………………………..

E sento come se il passo fosse già segnato e procedesse fiero

lento ed implacabile ad afferrare il suo premio.

 


Pietre Vive edizioni, 2016.

ORDINE E MUTILAZIONE, di Elena Zuccaccia.

pubblicato 15 nov 2017, 15:26 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 16 nov 2017, 03:22 ]


Devo gestire il mio corpo. Stazione centrale. Nessun mezzo: né autobus, né metro. Valigia e zaino ordinati, uno di fianco all'altro. Seduto, aspetto che il cellulare si carichi in un’oasi elettrica, tra un signore indiano impaziente e una anziana americana totalmente incosciente di cosa accade. Devo gestire il mio corpo, in modo da anticipare gli spostamenti delle persone intorno a me. Devo gestire il mio corpo, per mantenere bassa l’entropia collettiva.

Un libro di poesia incisoria. I componimenti, innanzi tutto, sono accompagnati da prelibate illustrazioni, tratte da GRIMORIO di PierPaolo Miccolis. La caratteristica che ho notato in modo predominante è il loro esser “domestico” nelle immagini e nei sentimenti: tutto si svolge in stanze, su divani o letti; il mondo viene visto dalle finestre; i desideri sono invidie dei dirimpettai. Per questo non ci sono immagini di catastrofici stravolgimenti; ma amori di un carnale calmo, pacato, accettato. Due immagini colpiscono alla lettura del libro. La prima è la presenza di una lumaca (con la sua bava) come simbolo totemico dell’autrice: intima e dolce. La seconda è il rapporto amoroso paragonato al cibo, quasi un sentore di antropofagia; come se fosse una conseguenza dell’unione dell’esistenzialismo con uno sfondo popolare umbro.

Molti enjambement; la punteggiatura acquisisce un ruolo semantico di parola-contenuto. Molte frasi incomplete, come per non ripete qualcosa che autore e lettore già conoscono. Assolutizzazioni di congiunzioni o virgole: dettagli con significati infinitesimali che diventano protagonisti.

 



delle cose di solito

il cuore

è quel che più mi piace

del carciofo il dentro che

si scioglie in bocca

del cornetto il miele

del pane caldo la polpa

poco cotta

 

di te il collo

lungo e dritto

su cui scivolo

come più mi pare

da cuore alla

testa dalla testa

al cuore


(opera di PierPaolo Miccolis)



Pietre Vive Editore, 2016.

DIARIO EROTICO DE ROBINSON CRUSOE, di Alexis Diaz-Pimienta.

pubblicato 6 nov 2017, 22:35 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 6 nov 2017, 23:27 ]


Dentro la torre sul mare arrivano particelle di musica: i chioschi illuminati sventolano ritmi sudamericani o bit distorti e costanti; grandi arene di ferro raccolgono urla di dolore e gioie intorno a un pallone; mentre la notte della settimana rende vuoti i parcheggi al centro... Da dentro esce un silenzio accompagnato da alcune note lente di Paolo Conte e due occhi: due occhi che fissano un fluire continuo di uomini e donne intorno a reti, costumi e creme. Tutti siamo qui ad adorarti.

Il libro consiste in un lungo diario scritto da Robinson Crusoe, il personaggio di Defoe. Nel prologo l’autore racconta come tale diario, finora inedito, è arrivato a lui: uno studente greco ha trovato un manoscritto in spagnolo e in decime e, dopo averlo fatto tradurre e dopo varie peripezie, lo consegnò all'autore. Lo consegnò a lui perché Pimienta è uno dei poeti improvvisatori in decime, una struttura poetica inventata da Vicente Espinel. Il libro è un diario erotico-amoroso del celebre naufrago con l’unica donna li presente: il mare. Ed è interessante questo collegamento con una donna umida, donna acqua uterina, donna natura che risulta totalmente ingestibile e totalmente non controllabile: è una donna irrazionale che il poeta non può capire ma solo avere fede e amore verso di lei. Un amore e una fede che porta ad adorarla.

La decima è la struttura metrica formata da dieci versi, di ottosillabi ognuno (anche se in alcune poesie sono endecasillabi) con rime ABBAACCDDC che danno un ritmo incalzante; ma realizzate con una fluidità unica. Le immagini sono molto potenti. Rientra nel barocco letterario elegante spagnolo.

 

(Tristan und Isolde - Milo Manara - 2004)

Tristano e Isolda - Milo Manara - 2004

En resumen: el amor

siempre es una contigencia

de pura supervivencia:

siempre un naufrago interior,

un imprescindible error,

una necesaria urgencia,

la sagrada penitencia

de incrédulo mayor.

 

En resumen: el amor

es siempre supervivencia.



Scripta Manent, 2016.

CORPO DISUMANO, di Daniele Campanari

pubblicato 6 lug 2017, 22:13 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 6 lug 2017, 22:14 ]


Mi sconvolgo sempre quando vedo le foglie dell’albero muoversi sole: il loro frusciare è dovuto a un parkinson armonico, nato da una energica ansia invisibile. Il vento. E lo sento che si insinua all'interno dei fotoni, fino a che non entra tra i pori del mio volto. Ed è questo che cerco, lo cerco con te. Ma te chi? Ma te dove? E io che? Tutto diventa inutile se si vede la natura che divora, vivendo, ogni essere: ogni essere vive per far vivere la natura. L’unica cosa che rimane è il sentimento che provo con il vento.

Un libro di un giovane autore contemporaneo è spesso considerato una sfida: scriverlo, ma soprattutto leggerlo. I rischi sono quasi sempre due. Il primo si deve al fatto che tendenzialmente si parla di esperienze molto particolari, ma in maniera generica: non arrivando al lettore. Il secondo si deve alla poca musicalità o, al contrario, all'eccessivo sperimentalismo nell'uso del verso. Non è il caso di questo libro. Le immagini che l’autore ci dona sono frammenti di vita quotidiana, assemblati come puzzle dal suo punto di vista, in modo non particolare ma soggettiva: come spiega la Teoria della Mente, in modo che se lo avverte il soggetto lo avvertono tutti. Poesie che percorrono l’arco temporale di ventiquattro ore. Poesie che provano a descrivere un mondo in evoluzione, tentando di salvare dei valori.

Il verso usato è libero, contenitore: contiene unità sintattiche concluse. Il lessico e comune e la sintassi piana, ma a volte entrambi sono distonici; tanto da creare crepe in cui fuoriesce l’inquietudine dell’autore.


Giacometti

c’è da imparare a distrarsi

a non disperdere rancore per il polso rotto

c’è da imparare a non pensare

a pensarle tutte le cose belle, solo quelle belle

per non rompersi il polso

e aspettare che la cura non sia una donna di gesso

poi correre, correre come appena nati

riconoscere il motivo del polso rotto

e raccontarsi chi siamo

cosa perdiamo se non siamo

perché viviamo quando siamo



Oèdipus edizioni, 2017.

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