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LA CITTA’ DI ARTENA

pubblicato 13 lug 2015, 01:09 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 13 lug 2015, 01:11 ]



Il viaggiatore che prende il casello Valmontone,

e volge nel meridione, trova la città di Artena.

E quasi a causa dell’azione di uno stregone,

sente squagliare i nomi in una miscela oscena,

che disgrega i fonemi e li ricompone

in toponimi sconosciuti, di derivazione aliena.

Ogni neomorfema genera una storia nuova

e la città, nel passato, il suo futuro ritrova.

 

E allora è probabile, per le acque che sotto cova,

che Artena derivi il nome da “arteria”, per il canale

che, carsico, scorre. E non c’è bisogno che piova

per vedere passeggiare lungo le vie o nel piazzale

le Ninfe e le Nereidi, risalite dal fiume per un Casanova

cittadino. O forse la sua fondazione originale

è dovuta ai fratelli di Polifemo: fabbri e pastori

che transumarono qui, dove furono costruttori

 

dei fulmini di Zeus, nonché ciclopici muratori

dei confini del Castro. Strani nomi costeggiano

il territorio: Colleferro, Segni, Rocca Massima, Cori

Palestrina, Rocca Priora, Rocca di Papa, Lariano.

Fu confusa con Ecetra, dove (magari) antichi mori

trasformarono cetre in chitarre che si suonano

nelle osterie. E la valle del Sacco sarà nome dovuto,

chissà, a tutti i briganti che qui hanno pasciuto?

 

Percorrere tutti gli angoli del Borgo è aver compiuto

il Ballo di Dedalo, la labirintica danza di tutti i cammini.

Perché questo Paese è come un punto, minuto,

in cui tutti i sentieri solcati e brulli, possibili e clandestini,

passano; come raggiera di bici con moto incompiuto

o ruota di telaio che, nelle cantine, fila destini.

In questo punto presente sono e resto, mio Kublai,

fermo; e, con un compagno onesto, Artena forse la sognai.


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