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CANTARE DI UN PELLEGRINAGGIO

pubblicato 03 gen 2015, 10:04 da Elvio Ceci

 

Lunga e dritta correva la strada

l’auto veloce correva…

Fuori l’aria sembrava gelata

dentro il caldo spingeva.

 

Usciti dal freddo nord milanese,

i campi erano pieni di neve

poggiata come zucchero sul pandoro, lieve,

mentre ci dirigiamo nel sud modenese.

 

La leggera foschia del sole ovattato

ci ricorda che è gennaio, il vice dell’anno;

 Marco al mio lato è ancora un po’ malato,

con qualche ferita alla fine senza danno.

 

La neve posata su queste brughiere,

piano piano sparisce con i suoi casolari

in vendita. Avvicinandoci ai bianchi pali

angolari della Mediopadana, le industrie fiere

 

e artistiche aumentano tra i campi verdi;

a destra spuntano i dolci Appennini;

a sinistra sfrecciano rapidi treni vicini

e rossi di una modernità che ci rende imberbi.

 

E la Padania è una blocco piatto

infinito, dentro le nostre menti

piene di civiltà e di qualche ratto

provenienti dai vari Rinascimenti.

 

Centosessanta sono i chilometri che tocchiamo;

le antiche storie di Ariosto, Tasso e Dante

ci superano dentro una Freccia Rossa roboante

poco prima della scritta “MODENA sud”, dove usciamo.

 

Destinazione ZOCCA, prima tappa del viaggio,

tra strade curve come fianchi di donna,

per cui l’importante non è il raggio

ma la circonferenza all'interno della gonna:

 

non siamo mica gli americani

dalle donne e strade piatte

siamo solo mediterranei

percorriamo donne fatte.

 

Un caffè con una scritta VASCO,

una coca al bar del suo amico,

un giornale comunista col basco

in edicola, giusto per sentirmi più fico.

 

E davanti casa sua, insieme ad altre persone

guardinghe, piena di scritte sui muri,

tu scienziato giovane, io vecchio guascone,

siamo diventati scritte a sua volta per i venturi.

 

Il tempo è sempre rapido in questi casi,

risaliamo sull'auto, quasi nave, dal nome ASTRA,

poco abituata alla neve e ai sentieri ghiacciati

tanto da slittare pericolosamente su qualche lastra.

 

Strade tonde che tornano su se stesse, come un pensiero,

come un riflettere su noi e sul tempo. Colonnine

ai cigli, con Madonne e fiori, sono lo specchio sincero

dei campanili delle chiese delle città, li vicine.

 

Mentre ci fermiamo in una fonte d’acqua spontanea,

vetture da corsa barzottano lungo quei monti

colorati in rame e scattiamo qualche istantanea

con cui un domani dovremmo fare i conti.

 

A pranzo giriamo davanti la scritta PAVANA,

di fronte la casa gialla di Francesco il poeta,

immagini immagazzinate nella Savana

dei miei ricordi entrano e escono con fretta:

 

ogni granello di sabbia è un verso che passa il filtro

della clessidra del tempo; si deposita nel suo fondo,

ora, con gli alberi dell’Appennino letti in ogni libro

tuo, accumulando desideri, nostalgia e senso profondo.

 

Capisco i numerosi sentieri con i sandali rotti.

Capisco il freddo ruscello del Limentra e la diga.

Capisco il sapore che hanno le castagne e i cibi cotti.

Capisco il petroso mulino che ti accoglie senza ortica.

 

Capisco il tuo vino, che mi ha fatto addormentare

Mentre il mio amico, pellegrino, guida e mi calma.

E mi faccio cullare dolcemente, come viva salma,

con un Guccio di vino in me e un Vasco scorcio fuori da me.



 

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