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I GENERI LETTERARI E LA LORO ORIGINE, di Enzo Melandri.

pubblicato 04 feb 2016, 04:20 da Elvio Ceci

 

Questa lunga recensione  passa inevitabilmente da una rapida carrellata e critica (presente nel libro) di alcune strutturazioni diacroniche letterarie precedenti.

Melandri, come per Croce, afferma l’inutilità della divisione della letteratura in diversi generi letterari. Tale processo, infatti,  è fuorviante per due motivi principali.

  •        cosiddetti “generi letterari” non sono né predicati né categorie del giudizio estetico: se esiste un’estetica, il suo giudizio deve essere autonomo dalle generalizzazioni empiriche, come dalle precettivistiche o dalle impostazioni normative.
  •           Questa intuizione pura, per Croce, però si manifestava come espressione lirica; dando dunque un senso marcato a un tipo di espressione rispetto alle altre: il momento lirico si fa fondamento della critica estetica.

Su questo secondo punto, Melandri è molto resistente: questo perché è complesso convertire in espressione intellegibile (comprensibile a un pubblico) un’intuizione. Specialmente  quella che Croce chiama “intuizione lirica”.

  1.           Non si capisce, dunque, perché in Croce ci sia questo “a priori lirico”, quando abbiamo una fondamentale autonomia e parallelismo tra intuizione ed espressione, da un lato, e tutto ciò con la critica, dall'altro.
  2.           La nozione di “lirica”, inoltre, si basa su un equivoco: in essa si riassumono i poli opposti di empirico e trascendentale. Questo genere, infatti, si caratterizza attraverso l’opposizione del suo opposto, l’epico (e quindi il drammatico e altre sue commistioni) carattere trascendentale; e inoltre racchiude in sé altri generi che risulterebbero difettivi o mischiate con altre esigenze dell’estetica (etica, politica, intento didascalico). Allora la sua assolutezza lo rende in contrasto con la natura empirica e lo rende trascendentale. Si applica a tutto ma non si sa bene a cosa in particolare.

E ancora in Croce, la nozione di lirica diventa sinonimo di poesia, attuando un processo riduzionistico a senso unico.

Lo scopo di eliminare la distinzione dei generi, spinto dalla poesia e dalla critica; porta alla domanda: da quale iniziare per una descrizione diacronica? E per quale motivo iniziare da quel genere?

Anche altri hanno criticato l’impostazione crociana.


Benjamin (1928) mostra come l’argomentazione di Croce possegga due fallacie.

1.       Mancata storicizzazione dei generi: loro inefficacia nel confronto con i tempi  e le situazioni della cultura.

2.       Cattivo nominalismo: analisi attraverso un altro procedimento che non sia quello della dialettica dei distinti o delle differenze.

Ciò rende evidente la radicale differenza tra “giudizio classificatorio” (che tende allo specifico) e “giudizio individuale” (che deve tendere al singolare).

Lessing afferma che, grazie ad Omero, abbiamo avuto anche la pittura: “neppure la pittura è fatta di istantanee, ma piuttosto di racconti pitturati che, per quanto brevi, richiedono al lettore una scansione del tempo di quanto in apparenza gli è dato simultaneamente”[1].

Se si accetta questo, tutta il processo di generi dei generi letterari a partire dalla lirica, salta.

Un buon concetto per una classificazione possibile dei generi letterari, e per la loro descrizione evolutiva, sembra essere la nozione di tempo.

La temporalità è l’ apriori della storia e la storiografia è la sua ricerca. Se un qualcosa non è temporale, allora non può essere oggetto della storia. Melandri intende “temporale” un qualcosa che contiene il tempo come una variabile interna e vincolata nel suo esserci. Mentre è “atemporale” tutto ciò che possiede una relazione esterna con il tempo: qui il tempo è inteso come variabile libera e l’oggetto, non essendo modificato, diventa pura sostanza.

Tutti gli oggetti diventano relativi, in maniera funzionale, all’ordine di grandezza del tempo: per un geologo le Alpi sono “recenti” e mutevoli; ma non per uno sciatore o un ecologo.

I generi letterari sono storicizzabili? Dipende dalla loro intrinseca temporalità. Contrariamente al genere lirico, che può apparire atemporale al suo divenire, tutti gli altri generi sembrano all’interno del proprio tempo. Il tempo trattato non è quello  contestuale ad un inserimento del genere in un divenire storico (che ne spiega la genesi, l’evoluzione e la decadenza), per Melandri. Ma è la temporalità intesa come percezione interna nella loro presenza in una durata pura; in cui è presente nella memoria ciò che non può essere contemporaneo (Bergson 1889).

Se mettiamo la lirica al primo posto, allora tutti i generi diventano nella stessa maniera dei quadri da museo: ogni cosa è all’interno della distinzione tra eterno e contemporaneo. Se, invece, facciamo l’inverso, allora tutto ricade nell’ipotesi di Lessing: tutto è temporalità.

Un punto fondamentale, nella origine dei generi letterari, è la tripartizione di essi descritta nella REPUBBLICA di Platone. Egli afferma che esistono tre tipi di poetica e mitologia:

1.       uno che si dà per imitazione, o mimesis, come la tragedia e la commedia (dramma);

2.       uno per esposizione del poeta in persona, come nei ditirambi;

3.       un altro che è un misto tra gli altri due, comune dell’epica e di altri generi misti.

I generi immobili e puri della poesia sono il dramma e il ditirambo. Il tipo (3) è misto tra gli altri due. Dobbiamo tener presente che Platone è colui che teorizzò per primo il procedimento di classificazione dicotomico: esso divide l’universo del discorso in due classi complementari[2]: la prima determinata in base a una caratteristica; e l’altra per sottrazione della prima dall’insieme totale. Nei tre generi definiti precedentemente, si inizia dall’epos e il carattere dicotomico è quello dell’imitazione.

Tuttavia non siamo davanti ad un risultato simmetrico. La mimesis è contrastante con la narrazione, ma non è una cosa perfettamente complementare. Ma quando siamo davanti all'esposizione in prima persona del poeta nella poesia lirica e ditirambica, la complementarietà è sovra-determinata e imperfetta. La mimesis, quindi, non ha bisogno di rispettare alcun limite e può travalicare i confini con l’epica.

Anche Aristotele segue Platone: la mimesis diventa la specificità della poesia; per cui l’uomo dovrà acquisire techne per la sua creazione attraverso regole generali. Appunto grazie alla “mimetikè poìesis”. Sembra che la poiesis si riduca a techne; la quale, quest’ultima, ha un rapporto più diretto con la realtà e con l’empereia. La techne sembra essere una procedura razionale di decisione. E la mimesis?

La teoria della conoscenza viene fuori dall’antica filosofia del linguaggio: tutto parte dalle parole e dal loro fatto di considerarle o per natura significative o per convenzione. Antica è la supposizione che i nomi, essendo indipendenti nel discorso, possano avere un significato proprio e anche generico. Ma la difficoltà si riscontra nella teoria. Essendo il significato convenzionale, la scelta dei nomi è insignificante e, infine, anche la stessa frase e la sintassi del periodo.

Il problema è di individuare il “quid” e l’ “ens”. La possibilità che si ha di individuare l’ente in maniera indipendente dal linguaggio, permette la sua traducibilità in altre lingue; rendendo convenzionale qualsiasi forma linguistica usata allo scopo, sia essa nominale che proposizionale. Il prezzo da pagare per il carattere convenzionale è che tutto il linguaggio, l’intero rapporto tra parole e cose, tra rappresentazione e realtà, deve comprendersi in maniera autonoma.

Secondo Melandri, la nuova gnoseologia è l’isomorfismo, ovvero una teoria strutturale in cui non importa il tipo di dominio in cui si applica (fisico, linguistico o psichico); ma si basa sulla corrispondenza tra gli oggetti: la parola “rosso” e i suoi esempi accettati inter-soggettivamente. Esso dunque non studia i contenuti ma tenta di riprodurre le relazioni di identità e differenze con altri contenuti.


Secondo Aristotele, l’interpretazione espressiva del linguaggio (ermeneutica) è comune sia all'uomo che agli animali. Egli asserisce la necessità di un isomorfismo tra cose e sensazioni, da un lato, e sensazioni e parole dall'altro. Tutto grava sul rapporto non chiaro tra ermeneutica dell’ “esprimere” e l’individuazione di cosa si riferisce il “dire”. Il linguaggio, attraverso la psiche, può dire tutte le cose del mondo e quindi esprimere il mondo; ma non può dire il suo rapporto con il mondo totale, che comunque esprime.

Già Platone affermò una cosa simile, ma non così esplicita. In questo modo, il segno linguistico diventa, da una parte, noetico, intensionale e intenzionale e, dell’altro, ontico, estensionale e referenziale. Partendo dal fatto linguistico e quindi semiologico, si distingue tra senso noetico e significato ontico[3]: doppia indicizzazione del segno che vanno in parallelo e non in maniera consecutiva. Per tale motivo si richiede una teoria extra-linguistica, ovvero un isomorfismo tra pensiero e realtà che presupponga una identità strutturale tra il noetico e l’ontico.

La nozione mimetica allora acquisisce una accezione corrispondentista.

La “dottrina” delle idee non sarà mai una “teoria”, per Platone. Per questo che generalmente si riduce a paradigma o mito allegorico.

La mimesi non è imitazione delle cose; ma, al contrario,  sono gli eventi del mondo che richiedono di essere spiegati come imitazione di idee. Queste ultime permettono che il mondo fenomenico non sia incommensurabilmente differente da quello intellegibile. La mimesi, in quanto imitazione da parte dell’uomo di una realtà che lo trascende, presuppone la metessi, una partecipazione proporzionata al mondo divino.

Precedentemente, con Eraclito, è stato teorizzato il nominalismo: “se il paziente, in quanto soggetto, è individuale”[4]. Ogni momento, ogni soggetto, in ogni istante temporale è irripetibile. E il mondo è una creazione di opposti. In una visione manichea, ogni “idea” possiede una “anti-idea” di segno opposto. Ma non per il pensiero ellenico. Vero e falso è coppia oppositiva unipolare.

L’uomo, anche se parte del divenire della natura, non potrà mai essere all’interno di un processo “conoscitivo” inteso come proporzionale o contemplativo. Non esiste questo tipo di conoscenza. Il rapporto tra uomo e natura diventa ipotizzabile come mimetico e tecnico. Se, infatti, lo ipotizziamo come rapporto pragmatico, il rapporto tra uomo e mondo non è speculare o diadico; comprende una dimensione in più e si fa triadico, implicando una variabile così libera da essere incalcolabile. Uomo e mondo. Il terzo vertice è il divino, il quale rende la questione non più ontica ma noetica; inteso come al di là dell’ente. Cose che non esistono possono esserci; ma peggiore è avere cose che esistono senza significare nulla.

L’imitazione di qualcosa da parte dell’uomo avviene per imitazione degli effetti conseguiti. E fu proprio questo tipo di pre-comprensione animale di imitare gli dei che ha permesso la nascita della mimesis e del processo comprensivo. Lo stesso vale per la poesia, la quale nasce come comprensione e creazione di un ordine divino o di riordinamento dell’universo[5].  E comunque la mimesi è sempre dell’azione e mai della cosa. Il divino non è un qualcosa legato alle superstizione; ma indica il punto di partenza e di ritorno dell’uomo.

Lo stesso Vico affermava che l’uomo non fa la storia, ma può raccontarla, riproducendone mimeticamente il vissuto, l’agito.

La mimesis è espressionistica: ha un eccesso di significato (o, se si inverte il segno, in difetto di significato) rispetto al motivo dato in maniera inizialmente. L’imitazione non è mai ontica; ma è cinetica. Nella sua misura “alta” c’è il tragico o il comico serio: cose per cui è stato difficile dire (o esprimere) che non capire. Nella sua accezione “bassa” c’è l’ironico o l’umoristico. Ma allora si intende una mimesis dinamica.

L’uomo non conosce la realtà; ma ogni sua idea o modello allude implicitamente a tale mimesi: essa è un rapporto che, anche se impossibile da riconoscere,  dovrà essere intenzionalmente alludente ad altro.

Allora origine e genesi diventano incommensurabili: l’uomo imita gli dei; questa è origine della cultura e della comunità della vita (tavoli, giacigli; ma anche vino e droghe).

Ogni genere letterario sembra derivare dall’ "epos” omerico. Abbiamo detto che i generi letterari nascono dalla mimesis o dalla presunzione di oggettività o realismo. Anche nella tradizione religiosa ha provato con i miti a tale fine; ma la catechesi (come in quella cristiana) ha ridotto l’entusiasmo a fedeltà e la fede a alcune credenze ontiche. L’apologesi fino ad Agostino, deriva, infatti, dal pensiero ellenistico con referente mutato. I Dogmi hanno, dunque, riportato al senza-significato il mito della genesi dell’uomo e del mondo: o meglio del mondo per l’uomo.

§  Piccola nota. Checché se ne dica, il dio biblico non è onnipotente. La potenzialità del negativo gli pre-esiste e lo condiziona come materia primordiale. Qualora lo fosse non potrebbe essere contingente, come uomo; e quindi non potrebbe essere in rapporto all'uomo. Già quando in chiesa si dice “sia fatta la tua volontà”, presupponiamo che sia diversa dalla nostra: e per questo non è onnipotente.

Ma se non è onnipotente, allora non potrà essere neanche onnisciente: dio conosce l’uomo e il mondo solo in misura in cui si rapporta con lui. Se non ci fosse tale rapporto di mimesis, tutto sarebbe follia e superstizione; o ateismo.

 

Come avviene il processo di rigenerazione e comprensione della realtà, al livello mentale?

In una teoria dei modelli, come teorizzata da Hertz[6], il momento l’ontico si unisce con il filosofico, in modo tale da conservare il momento dinamico del rapporto tra i fenomeni e i principi dell’intera conoscenza[7].  Le immagini di cui noi parliamo sono le nostre rappresentazioni delle cose, le nostre idee soggettive. Esse hanno la capacità di avere conseguenze quasi-necessarie all'immaginazione affinché corrispondano ad altre immagini; quelle proiettabili nel divenire esterno. Se la corrispondenza non è isomorfa, allora dovrà almeno risultare univoca da parte del soggetto. Da parte del soggetto, l’univocità risulta il limite di un processo di approssimazione graduale; in cui il primo grado sarà dato dalla coerenza formale o sintatticainammissibili saranno le immagini contraddittorie; scorrette le immagini coerenti ma che contraddicono le cose esterne.  Quando invece abbiamo diverse immagini, e tutte ammissibili in grado pari (riferibili tutte allo stesso oggetto), deve intervenire il criterio finalistico di selezione: si preferirà l’immagine che possiede più relazioni essenziali con l’oggetto rispetto che un’altra; o meglio perspicuità. A pari perspicuità, si preferisce quella più semplice, ovvero quella che contiene il minor numero di relazioni superflue o vuote. Il modello, allora, contiene qualcosa in più che la realtà: ovvero quello che possiamo eliminare, privare di significato contenutistico; con un processo che cresce con  il definirsi del processo di conoscenza.

Il modello, allora, non è una copia del reale, ma ne è un automorfo mimetico. Il reale si manifesta nel contrasto inter-immaginativo tra diversi modelli in concorrenza tra loro; ma anche intra-immaginativo tra due momenti successivi dello stesso modello, il quale deve modificarsi per mantenere l’affidabilità. Nel modello si sintetizza tra reale e il razionale, senza una confusione tra i termini, però. Il carattere soggettivo o formale avviene per agnizione o riconoscimento proiettivo; il senso del reale per modificazioni impreviste sul modello.

Il presupposto di tale teoria del modelli si spiega nella distinzione tra “esprimere” e “dire”. Il linguaggio stesso esprime il mondo, in cui si incontrano le cose, le relazioni e le azioni che si lasciano dire. Ma il linguaggio, e altre forme rappresentative e simboliche, non riescono a dire il rapporto che sussiste tra espressione stessa e mondo.

 

Il discorso dei generi, quindi, risulterà più chiaro se, al posto dell’ideale, ci si posizione sul carattere tipico loro. Se identifichiamo, come i grammatici latini, la “classe” e la “relazione” come le due uniche strutture profonde del pensiero; l’analisi del tipo si perde nello scarto tra le categorie residuali di altra provenienza[8].

La peculiarità del giudizio tipologico è che il soggetto e il predicato sono degli individui. Ma, seguendo Aristotele, si può predicare di un individuo con un altro individuo? Per i Megaritici si, perché non si hanno davanti due individui identici; ma solo due oggetti convergenti limiti di un processo di identificazione. Se dico “questo è un tavolo” sono davanti a due principi di individuazione differenti: uno che mi indica cosa è “questo” e uno “cosa è un tavolo”. Per ogni sintesi di giudizio, ci vogliono sempre due opposti principi di individuazione: uno per il soggetto e uno per il predicato. Entrambi devono coincidere “al limite” con l’asserzione di esistenza.

Il “tipo” è un oggetto pseudo-esistente, formato da varie proprietà della Gestalt, della configurazione espressiva. A livello linguistico può essere considerato come uno pseudo-sostantivo, formato dalla combinazione di più aggettivi qualificativi; e che, anche quando funziona da predicato, si comporta come termine individuale (non-universale)[9]. Grammaticalmente, poi, possiamo distinguere il tale aggettivo, come una terza forma autonoma insieme al nome (funtore di classificazione) e il verbo (funtore copulativo-relazionale). È dall'aggettivo che si traggono le altre due forme per Melandri: sostantivatizzando l’aggettivo o rendendolo funzione relazionale del verbo.

In base la trattazione di Melandri, dunque,  è dalla mancanza di identificazione totale tra parole e oggetti che nasce l’atto di mimesis; il quale porta alla nascita della letteratura. È Dal bisogno dell’uomo di creare, come fece la divinità, un ordine razionale del mondo dal caos interpretativo che esso genera.

Possiamo creare una piccola storia dei generi letterari partendo dal mito, in cui i protagonisti erano gli dei; al poema epico, in cui i protagonisti sono gli eroi (uomini ma spesso di discendenza divina); fino ad arrivare al romanzo e alla lirica. Nel primo il protagonista è un borghese; nella seconda un io individuale indifferente.



[1] Pag. 26, E. Melandri, I GENERI LETTERARI E LA LORO ORIGINE, Quodlibet, Macerata, 2014.

[2] Pag. 31, ibidem.

[3] Pag. 38, ibidem.

[4] Pag. 46, ibidem.

[5] Pag. 53, ibidem.

[6] H. R. Hertz, I PRINCIPI DELLA MATEMATICA DELINEATI IN UNA NUOVA FORMA, Bibliopolis, Napoli, 2010.

[7] Pag. 71, E. Melandri, I GENERI LETTERARI op. cit.

[8] Pag. 82, ibidem.

[9] Pag. 86, ibidem.


Bibliografia minima

  • H. Bergson, SAGGIO SUI DATI IMMEDIATI DELLA COSCIENZA, in Opere 1889-1896, a cura di P. A. Rovatti, Arnoldo Mondadori, Milano 1986, pp.1-140.
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