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DA MANI MORTALI: UNA POESIA DA GIARDINO.

pubblicato 11 feb 2015, 04:27 da Elvio Ceci

Giovedì scorso (05/02/2015) si è svolto il terzo incontro di poesia presso il liceo scientifico Leonardo da Vinci a Terracina, in cui è stato presentato il libro Da mani mortali di Biancamaria Frabotta.


Il libro è una raccolta di poesie diviso per sezioni. È un’opera molto densa, in cui ogni sezione sembra un mondo a parte, quasi fosse silloge di altri libri. Essendo linguista per professione, mi sono concentrato subito sulla sezione del libro “Il miracolo delle lingue”. In questa, come nelle altre sezioni, le poesie non hanno un titolo: il titolo, a volte chiave decifratoria dei componimenti, è lasciato alla sezione; quasi come se tutte le poesie sono in realtà strofe di una sola lirica. Proveremo ad analizzare alcune delle poesie attraverso la chiave interpretativa della linguistica e, della più lontana, nascita del linguaggio.

Fin dall'inizio, tuttavia, ci si accorge che l’oggetto di canto non sono le lingue storico-naturali, come italiano russo o ittita. Ma del linguaggio degli animali. Qual è la differenza? Dalla prima poesia, possiamo estrarre alcuni caratteri:

Senza saperlo abbaia per donne

e bambini, il cane della vicina.

Nell’ora migrante che bagna

i bordi della strada, nelle fosse

scavate, negli anni, dalla giovane

caccia canaglia abbaia dentro al sole

affinché, su di lui, il sipario non cali.

 

Nel primo verso troviamo “Senza saperlo abbaia..”, in cui una differenza fondamentale tra lingua e linguaggio degli animali viene fuori: gli animali non hanno coscienza dei suoni emessi. In una delle numerose teorie, la nascita del linguaggio è collegato alla conquista della posizione retta. Tale conquista ha comportato, infatti, l’impossibilità di trasportare i propri bambini, che si aggrappavano ai peli della madre, durante gli spostamenti. Per questo motivo, furono costrette a lasciarli correre da soli e trovarono nella soluzione acustica, il linguaggio,  un qualcosa che permetteva loro di avere le mani libere, che potevano usare in quei viaggi. La nuova relazione stabiliva un collegamento con il bambini con cui iniziarono a focalizzare l’attenzione su un determinato pericolo, ostacolo od oggetto.

La cultura ebraica ha ben capito l’importanza di questo carattere: sapere, conoscere e nominare un oggetto è diventa come possederlo; è focalizzare l’attenzione e le risorse cognitive degli ascoltatori con la rievocazione acustica dell’oggetto. Per questo dio fa passare davanti all'uomo tutti gli animali; per questo dio non può essere nominato: non possiamo possedere una divinità.

Il linguaggio degli animali non ha però il carattere di significazione, né tanto meno una sintassi sviluppata: è un proto-linguaggio articolato in comportamenti condizionati da istinti e bisogni; senza il carattere evocativo. In questo linguaggio è l’uomo, la poetessa in questo caso, che dà significato ai segni che vede. Nella prima poesia, infatti, il latrare del cane è non cosciente.

Nelle poesie della Frabotta, questo carattere di possesso degli oggetti e degli animali sembra agire nel sottofondo: in tutte le poesie del libro nominati solamente animali e oggetti che l’autrice riesce a possedere. Nella sezione “Il miracolo delle lingue”, infatti, il linguaggio descritto è quello comportamentale non di animali esotici e feroci; ma gestibili e gestiti, come volpi, tortore, mosche… 

È l’uomo che dà significato alle entità del mondo, anche a versi di ani che ci procurano una paura irrazionale e immotivata; come per il verso dell’ “uccello del malaugurio”: paura data dalla novità, inaspettata (“invenzione”), del grido dell’animale.

Un uccello del malaugurio

che non abbiamo meritato

s’alza in volo dalla grondaia.

Per vanagloria o per vendetta

freddandoci il sangue

con l’ingegno di un grido

inventato stanotte.

 

Il significante, i segni acustici e comportamentali, non sono portatori di un significato, nel linguaggio animali: sono essi stessi il contenuto del messaggio, che il poeta deve de-costruire. Come, per esempio, le piume di una tortora trovate, rappresentano il gioco della sopravvivenza, della selezione naturale, vinto forse dalla volpe:

Vorrei che l’avesse portate

fin qui, il vento, queste piume.

Un vento grigio sotto la mimosa.

Ma sono qui da tanto, pegno

di un gioco di pazienza

tra la tortora e la volpe.

 

Se continuiamo il nostro filone interpretativo, la seguente poesia acquisisce un significato particolare:

Viene da boschi lontani

il verme della sughera

che non dà tregua ai pini

né pace concede, ma

abuso di luce fra i rami.

 

L’immagine ci rimanda immediamente a un’altra funzione o caratteristica del linguaggio, questa voleta umano: creazione del pensiero. Il tarlo della sughera che non dà pace ai pini per un eccesso di luce, ci sembra una metafora di quel pensiero che insistentemente lavora all’interno di noi; rosicchiando la foresta di simboli (Baudelaire) e concetti interiori: parlo del dubbio, generatore del pensiero (DesCartes). Il dubbio è ciò che spinge alla riflessione, s’insinua e non concede pace. A volte è dannoso: necessita e desidera “luce”, chiarezza, fra le obre delle nostre credenze, abusandone in certi casi (come nei rapporti nei rapporti con le persone che si basano sulla fiducia).

Le lingue sono un miracolo, ma non divino, bensì umano. Fu una necessità e uno strumento utile per le organizzazioni stanziali, organizzate in società. Appena ha potuto, infatti, l’uomo si è fermato, abbandonando il carattere nomade ed è rimasto come “navi/ ancorate nel mare”. E con loro le lingue da essi parlate. Quando le comunità dei parlanti sono aumentate, le lingue si sono differenziate in dialetti. Differenze tecniche insite tra lingua e dialetto non ci sono; ai linguisti piace affermare che una lingua è un dialetto con una flotta e soldi maggiore degli altri. Carattere prettamente politico, quindi prettamente umano (Aristotele), “con lo scarso dirsi di Dio”:

Mentre stanno le navi

ancorate nel mare

una luna ordinaria

va dove vuole il pendio.

Con lo scarso dirsi di Dio.

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