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Adelelmo Ruggieri: Fermopoetica

pubblicato 24 mar 2015, 05:25 da Elvio Ceci

Il quarto incontro de L’albero della poesia al Liceo Scientifico “Leonardo Da Vinci” di Terracina ha ospitato Adelelmo Ruggieri. Dietro la cattedra delle presentazioni, oltre all'autore, abbiamo avuto i ragazzi con i propri fogli di carta pieni di appunti, le professoresse con i loro apparati critici, il presidente della Libero de Libero che dirigeva la conversazione e il poeta Rodolfo Di Biasio con in mente le amicizie in comune con Ruggieri.

Ed è stato proprio quest’ultimo a farci notare una caratteristica importante del poeta marchigiano: la sua è scrittura della fissità. Come in un quadro di Hopper, le sue poesie descrivono un frammento immobile all'interno del fluire degli eventi della vita. Le sue poesie sono come un punto su una retta infinita, un fotogramma di un cartone animato; o, usando una sua immagine, un momento in una fila di candele: dietro quelle spente, davanti quelle accese.

Gli sono davanti come una fila di candele ardenti

Indietro sta la riga oscura delle candele spente

Non le vuole vedere quelle morte

Non si volta neanche, per non rabbrividire[1]

L’impressione che si nella lettura del libro è che il tempo sia un’ossessione: il bisogno della fissità, attraverso fotografie letterarie, è un modo di contrastare il tempo. Gli antichi greci, infatti,  concepivano il tempo i due tipologie: Kronos e Aion. Quest’ultimo era la scomparsa di ogni  istante attraverso la divisione di un momento in due processi: ogni istante è scomponibile in ciò che è appena passato e ciò che accadrà nel futuro. Il Kronos, invece, è la fissità presente e continua: è l’iterazione di un attimo che si vive in eterno istante. E questa continuità del presente si addice bene alle immagini della poesia di Ruggieri:

Dèluges

 

Che volume possiede questa goccia? Vai a saperlo

e allora farò così stanotte: prenderò un bicchiere

e conto il numero di gocce che ci vuole a colmarsi

In un’ora ci scommetto è quasi fatta, in un giorno

 

una bottiglia già vuota da un litro si empie di gocce

L’impensabile è così, con il tempo diviene fondato

Per non dire del suono che questa goccia fa, non c’è

modo di ritirarlo in qualcosa. Il suono non ha peso

 

non ha ingombro, non è astruso. Per non dire del

perché e per come questa goccia cade e io anche

cadrò: basterebbe smontare il rubinetto, metterlo

nuovo ed è fatta: niente goccia nessun suono solo acqua[2]


Questa ripetizione di un’azione che sembra minima, ma che, se iterata nel tempo, sembra ben descrivere l’azione di ogni intellettuale o artista: ogni giorno cerca di convincersi  che il suo lavoro sembra fatto di niente; ma invece riempie di significati gli oggetti che ci circondano.

 

P.S.

Durante la conversazione è stata citata la seguente frase di Panofsky: “Lo spazio non è altro che lo luce più sottile”. Questa frase non è stata compresa dall'autore e dal pubblico, compreso me. Poi riflettendoci ho dato questa mia interpretazione.

Siete mai entrati in una camera monocromatica? Ogni cosa (quadri, sedie, tavolo, pareti, pavimento…) ha lo stesso colore, mettiamo giallo canarino. Appena si entra, si ha un effetto straniante in quanto non si percepisce la distanza tra le cose, ovvero lo spazio: i colori, infatti, generano profondità, specialmente in un quadro.

Se aggiungiamo, poi, che noi percepiamo i colori che vengono respinti dall'oggetto, mentre tutti gli altri sono assorbiti. Percepiamo, quindi, una minima parte della luce (quella respinta, la quale è minore dell’intera): potremmo allora dire che la luce, e che genera lo spazio, è quella più sottile.



[1] Vv. 15-18,  “Incorporale”, pag.19, SEMPREVIVI, A. Ruggieri, peQuod, 2010.

[2]Dèluges”, pag. 23, SEMPREVIVI, A. Ruggieri, peQuod, 2010.

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