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Linguaggio, Logica e Democrazia

pubblicato 2 giu 2018, 02:19 da Elvio Ceci


Mentre discutevo su Facebook sull'incoerenza delle parole di Di Maio, un tizio mi ha detto “vai a cogliere le patate invece di stare qui”. Mi sono chiesto come mai. E penso per tre motivi principali:
  1.  incapacità di gestione critica delle argomentazioni; 
  2. sistema di credenze dogmatiche e emotive da non intaccare; 
  3. 3. profonda e sottile mentalità fascista rendere muto il diverso. 
Personalmente penso tutte e tre. E questo uso del linguaggio, non supportato da argomentazioni logiche, in un processo dialettico, sta portando a una costante diminuzione di democrazia. Vediamo come. 

La dialettica può essere considerata come quel processo dinamico di confronto e di rivoluzione dei sistemi di credenze che avviene attraverso il dialogo: tale processo possiede un metodo di indagine che si definisce “razionale” che, attraverso il dialogo e la discussione degli argomenti dell'avversario, si propone di determinare il contenuto concettuale della verità, o la coerenza di un argomento o la verosimiglianza con il contesto in cui si inserisce.

In un libro di prossima pubblicazione, nel definire i processi di razionalizzazione sono partito dall'ipotesi epistemologica di Popper secondo cui bisogna focalizzarsi sul processo di ipotesi e falsificazione se si vuole che la nostra teoria sia il più possibile verisimile al reale. 

Ma cosa significa “ipotesi e falsificazione”?

Dal nostro punto di vista l’ipotesi viene formata principalmente attraverso una serie di inferenze che, con Melandri, chiamiamo proporzionali o analogiche: esse sono connaturate alla capacità di poter dare una interpretazione di un fenomeno nuovo, mettendolo in relazione con l’esperienza passata di un individuo. Tale dimensione logica tenta costantemente di provare la propria ipotesi. Ed è qui che, senza una mancata criticità di analisi dell’informazione, si può rischiare di creare delle verificazioni costanti a delle ipotesi, che poi possono sfociare in post-verità, ovvero dogmi, ipotesi non falsificabili. Ho chiamato tale dimensione Endofasica, dimensione che comprende anche emotività e sentiment.

I dogmi in un discorso rimandano sempre a due passaggi dialettici: all’ipse dixit medievale o a tentare di porre al silenzio l’opinione differente. Quest’ultimo è il peggiore caso, il nostro. 
Scuola di Atene. Dettaglio su Socrate.


Ed è per questo che Popper non parlò di verificazione, ma di falsificazione: processi deduttivi che permettono di rendere esplicite le nostre ipotesi e di analizzarle in maniera da eliminare le parti non vere o non coerenti. Sul libro ne abbiamo individuati di tre tipologie: formale, computazionale e quantistica. Ma rimaniamo a livello generale.

Questi processi critici si apprendono a scuola. Dovrebbe essere quello il luogo in cui l’educazione pone le basi metodologiche per permettere alle persone di affrontare qualsiasi tipo di argomenti in maniera dialettica. La dialettica allora permette di non avere, nel processo conoscitivo, parlanti a cui credere proprio perché tutti dovrebbero avere l’opportunità per contribuire alla conversazione.

Gli strumenti dialettici devono essere alla portata di tutti, altrimenti ritorniamo ad affidarci a un Re che pensa e agisce per nostro conto in maniera discrezionale e inopinabile. Questo non può più accadere, specialmente in contesti come internet, perché sono formati dalla scrittura e, come affermava Derrida, la scrittura è il logos emancipato dal padre, emblema del millenario parricidio.

E il modo per affrontare la post-verità e le fake news è quello di tentare di falsificare qualsiasi teoria o ipotesi. Senza ciò la capacità interpretativa, la logica endofasica, rischia di essere un veleno: forma credenze assetate di giustificazioni e verifiche.

La dialettica segue delle logiche. Logiche che devono essere apprese nella fase scolastica. Senza le quali non possiamo affrontare i diversi argomenti che la comunicazione ci mostra costantemente e in maniera complessa. Aumentare la capacità critica aumenta la qualità del dibattito. Il dibattito alto genera proposte elettorali adatte alla complessità del reale e permette di comprendere quali candidati hanno le capacità per supportarle. La selezione di una classe dirigente preparata e abile comporta un miglioramento della democrazia. 


Quindi, no. Non vado a cogliere le patate se quello mi impedisce di discutere.

RADICALIZZAZIONE TRA LINGUAGGIO, LOGICA, INTERNET

pubblicato 28 mar 2018, 04:55 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 28 mar 2018, 05:02 ]

 

Non ho potuto vedere ancora il materiale linguistico diffuso da Elmahdi Halili e insegnato da Mohy Eldin Mostafa Omer Abdel Rahman. Ma non è un caso che il primo abbia intensificato la sua attività di diffusione e proselitismo nel web dopo il periodo di restrizione della libertà; e il secondo abbia insegnato a bambini da 4 ai 10 anni l’ideologia islamica. Il punto di vista che propongo è quello di inserire questi comportamenti all'interno dei processi di costruzione di una identità (che, per quanto riguarda gli homegrown jihadist, avviene in internet), attraverso gli atti linguistici.

Come descrivere i motivi di una radicalizzazione in internet? Nella realtà espansa del web, il Sé dividuale si forma tramite l’informazione linguistica, assimilata ed elaborata attraverso delle inferenze logiche. Tali inferenze, prettamente endofasiche e condizionate al Bias della Conferma, generano determinati tipi di assembramenti (cluster) linguistici che, secondo la nostra ipotesi, non sono di Frame linguistico-cognitivo differente da quello occidentale; ma, all’interno di esso, si scontrano codici linguistici e identità che tentano di avviare processi di ri-culturalizzazione in Occidente. 

E quale tipo di informazione viene condivisa e assimilata? Quella che produce Sentiment.

 

Il jihadismo contemporaneo presenta una caratteristica innovativa ulteriore al tradizionale jihad: da prescrizione collettiva e facoltativa, diventa un obbligo individuale e permanente, vincolato all’individualità. Nonostante alcuni analisti affermano che essi sono gruppi isolati in assenza di una strategia politica definita; possiamo ritenere, al contrario, che ciò vale solo nel momento della radicalizzazione. Ma nel momento di entrare in azione, si attivano solamente coloro che hanno una struttura di riferimento dietro che gli permette di recuperare le armi (prima) e fuggire (dopo)[1]: un esempio recente è l’attentato a New York, in cui Sayfullo Saipov avrebbe pianificato l’investimento con il furgone nella metropoli americana, grazie a istruzioni impartitegli attraverso il web dall’Isis[2]. Ed è forse proprio questo che distingue i jihadisti dai mass-murder americani.

Come abbiamo visto con Elmahdi Halili la radicalizzazione è molto rapida. Spesso avviene nel periodo immediatamente precedente al passaggio all’azione; senza che ci sia un necessario capovolgimento delle proprie vite: Quessto accadde, per esempio, i fratelli responsabili della sparatoria al Bataclan i quali erano già stati segnalati alla polizia federale belga come possibili attentatori nel 2014, ma non furono controllati in quanto considerati “non radicalizzati”[3]; fino a dieci giorni prima dell’attentato, infatti, servivano alcolici e frequentavano discoteche[4].

Negli homegrown jihadist, il processo di radicalizzazione è totalmente svincolato da cause oggettive. Sono quasi totalmente ignoranti della realtà mediorientale: fanno riferimento alle sofferenze di una comunità globale musulmana, totalmente immaginaria. Il frame linguistico “islamista” è totalmente scarno e quasi inesistente. Il frame consiste, infatti, in processi di interpretazione ricorsiva di una idea che crea uno schema in cui vengono inseriti (compresi e analizzati e poi prodotti) i messaggi. Il migliore sarà quello che maggiormente è in collegamento con gli interessi, le attitudini e le credenze dell’individuo potenziale.

Non siamo dunque davanti a uno scontro di frames, Occidentale contro Orientale. Bensì ci muoviamo all’interno di una stessa cornice di protesta radicale, in cui i termini e i concetti sono islamici (e quindi non facenti parte a codici neo-fascisti, hip-hop o anti-europeisti): molto probabilmente sono gli stessi codici linguistici e concettuali islamici ad essere volutamente banalizzati e occidentalizzati in modo da poter attirare più gente possibile, questa volta non controllata, sfruttando il carattere emotivo di internet.

Tali processi sono uniformemente sfruttato per condizionare comportamenti commerciali, finanziari e politici. Non è un caso, infatti, che l’unico vero attentato di matrice terrorista in Italia è stato compiuto da Luca Traini sparando a sei ragazzi stranieri a Macerata, in uno dei momenti di maggiore intensità mediatica della campagna elettorale[5]

Secondo la nostra ipotesi, infatti, l’habitat trasferisce la metodologia di inserimento dell’informazione linguistica. E la metodologia in questo caso è Internet. Tanto più l’Islam acquisisce metodologie occidentali (internet, radio, Tv, radio…), quanto più cresce al di fuori dei territori arabi e quanti più acquisisce uno stile di narrazione con messaggi semplici, ampi e rapidi in cui non vi è presente alcun tipo di complessità. Essi devono raggiungere una popolazione molto ampia e non più ristretta della moschea.  Sono messaggi volti a generare e controllare un Sentiment. Una banalizzazione che, ripetiamo, facilità l’adesione alla causa jihadista in quanto, senza un momento di riflessività critica, si decidere di operare attivarsi come cellula homegrown in Occidente. Il frame linguistico-cognitivo viene omogenizzato in un unico schema occidentale, all’interno del quale le differenze vengono date da semplici cluster culturali (diffusi spesso in echo chamber), formati da differenti codici linguistici: le parole si assemblano in contenuti alternativi di volta in volta, ma sempre all’interno dello stesso metalinguaggio della rete.

Stesso registro usato da Mohy Eldin Mostafa Omer Abdel Rahman per indottrinare i bambini dai 4 ai 10 anni.

“«Vi invito a combattere i miscredenti, i crociati, gli ebrei, gli atei, i tiranni arabi e i loro eserciti [...] Con le vostre spade tagliate le loro teste oppure sparate con i vostri proiettili, con le vostre cinture esplosive fate saltare in aria i loro corpi, occorre rompere il cranio dei miscredenti e bere il loro sangue per ottenere la vittoria»[6]


In quella fascia d’età, infatti, i bambini sviluppano il ragionamento sillogistico, in particolare quando i imparano a capire e parlare le asserzioni quantificate (“Sono tutti blu questi cerchi?”, “No”): già dai tre o quattro anni iniziano a gestire il quantificatore universale; ai cinque ammettono anche eccezioni[7]. Quando i bimbi possono comprendere i determinanti, posseggono una capacità di ragionamento simile agli adulti: bias figurale, inferenze con multi possibilità.

Nella formazione e nella falsificazione delle credenze e congetture, in Ceci (2014) si ipotizzarono quattro tipologie-dimensioni di logiche che permetterebbero di esplicitare le regole di inferenza, utilizzate ciascuno di noi. La prima dimensione analizza la formazione di ipotesi e congetture, le altre tre i processi di falsificazione: la logica endofasica, approssimativamente simile all'ermeneutica ma dominata dall'inferenza analogica; e tre dimensioni di inferenze deduttive (classico-formale, computazionale, quantistica), fondamentali per la falsificazioni di ipotesi e congetture, come ha mostrato Popper (1968). Le falsificazioni, infatti, ci permettono di sviluppare differenti nozioni chiave, di base, con cui confrontarsi nella lettura di contenunti nel web in modo da scartare ciò che non è valido da ciò che non lo è.

Ma in cosa consiste il Sentiment?

Secondo Pulman (2015) possiamo accostare l’analisi del Sentiment all’Opinion Mining[8]. La parola “sentiment” è stata coniata intorno agli anni Duemila ed è usata per coprire diversi fenomeni testuali all’interno di dati linguistici di opinione, credenza.

1.      Descrizione di attitudini, atteggiamenti, positivi-negativi-neutri espressi in un testo.

2.      Teorie utili nel rilevamento delle emozioni, di stati emozionali, attraverso software NLP (Natural Language Processing)[9].

3.      Intenzioni dei soggetti in ambiti particolari: in particolare, nei testi scientifici e clinici, si studia la certezza di un qualcosa (“questo dimostra, prova, smentisce che…”) o la possibilità della stessa (“questo suggerisce che…, i risultati sono coerenti con…”); anche alcune varietà di gradazioni (“quasi, per poco, a grandi linee”); e altri fenomeni che dipendono dal dominio (“I guadagni sono a grandi linee in accordo con le aspettative”).

a.       Le intenzioni possono riguardare anche i comportamenti futuri degli individui, basandosi sul rischio: compito dell’analisi del Sentiment diventa allora rilevare predizioni future o impegni (specialmente in ambito finanziario); oppure potrebbe catturare segnali nei blogs o in messaggi per quanto riguarda la descrizione di prodotti o servizi di alcun genere (“Servizio terribile ... Paypal dovrebbe prendere alcuna responsabilità per i conti che sono stati attaccati in ... Molto delusi e non sarà mai utilizzare nuovamente Paypal.”)[10].

Questo tipo di informazione è prettamente emozionale, si basa sulle opinioni degli utenti. Per quanto riguarda la radicalizzazione riesce a dare uno sbocco a questi processi individuali complessi che contesti esterni di integrazione sociale (lavoro, scuola…) non riescono a gestire, specialmente per immigrati di seconda e terza generazione. Si immedesimano in un gruppo militante, cercando di riscuotere la propria identità: nella soluzione radicale anti-sociale e anti-dominazione, questi individui promuovono se stessi, percependosi come eroi, affermando il proprio Sé[11].

Internet, inoltre, potrebbe favorire l’esacerbamento delle posizioni radicalizzate in quanto è sempre più facile per gli individui trovare e scegliere opinioni che si accordano meglio con le proprie credenze. In questo caso potrebbero nascere delle “echo chambers”, in cui gli individui possono essere esposti maggiormente a opinione conformizzate: ognuno legge e condivide news e articoli solo se sono conformi alla propria ideologia personale[12]. Ciò che viene meno è il processo di falsificazione delle credenze.

In questi gruppi in cui si diffondono contenuti jihadisti (e non solo) non oggettivi. Riferirsi fatti oggettivi implica una nozione di verità classica: corrispondenza delle proposizioni linguistiche a fatti ed eventi della realtà. Tale nozione non spiega, tuttavia, il perché nonostante manchi tale corrispondenza con la realtà, gli utenti ritengano “vera” una proporzione qualsiasi, non analizzata da falsificazioni. Ferraris (2017) distingue tra tre nozioni di verità: ipo-verità, iper-verità e meso-verità. La prima è fondamentale nel nostro discorso: è la nozione centrale della dimensione logica endofasica. L’ipoverità, infatti, è la nozione propria dell’ermeneutica. È divisa dall’ontologia e riguarda gli schemi concettuali di un individuo che mediano e costituiscono il nostro rapporto con il mondo. Quindi il predicato Vero ottiene l’accezione “conforme a una credenza condivisa”. Tale verità non richede né un contesto né delle azioni; essa consiste nelle procedure di accertamento e non esiste un mondo esterno, indipendente dai nostri schemi concettuali, che possa essere banco di prova. Questa allora diventa la nozione centrale dell’endofasia e potremmo chiamarla “post-verità”; il cui problema principale è l’alimentare il Bias della Conferma.

Il Bias della Conferma (Confirmation Bias) è, infatti, un cortocircuito cognitivo e corrisponde alla tendenza umana di preferire decisioni basate su informazioni coerenti, piuttosto che decisioni su informazioni incoerenti in vario modo (test delle ipotesi, valutazione delle informazioni…). Per questo gli individui tendono sempre a confermare, e non a falsificare, le assunzioni iniziali o le credenze o le decisioni: le inferenze nella dimensione endofasica necessitano di processi di falsificazione deduttiva.

Tutto ciò serve per formare l’identità.

Il vedere e l’interazione sono i due elementi che fondano la virtualità, in modo secondario alla volontà dell’utente. Partendo da queste assunzioni, possiamo dunque parlare di virtualità in base a sue dimensioni.

1.      Virtualità di primo grado. Dimensione immersiva  e sostitutiva; come il simulacro di secondo ordine di Baudrillard (2007). Determinata tecnologia, come i caschi virtuali, permette di ricreare una realtà totalmente immersiva e sostitutiva, uno spazio parallelo separato dal mondo biologico.

2.      Virtualità di secondo grado. Tangente e differente (Derrida, 1985); simile al simulacro di primo ordine di Baudrillard (2007). Consiste nell’apparenza, in un’immagine della realtà che non si sostituisce completamente ma è tangente ad essa.

Se si accetta questa seconda realtà, si vede come l’utente vive in-presenza l’esperienza che viene dai media, intendendola come esperienza stessa della realtà (Bolter e Grusin, 2002). L’identità e la quotidianità vengono “ri-mediate” attraverso i media e i social, essendo i soggetti coscienti di poter esistere in un mondo tangente e in uno reale[13]. È in questo contesto che si crea una convincinto, in base ad una ideologia scarna, di chi sposa la “causa” jihadista che giustifica e può incentivare un’azione violenta, in molti casi di suicidio: si ricorre alla violenza per cercare di non essere sopraffatti.

Proprio in questa seconda virtualità si vive un’esperienza differente con il medium. Nella prima si ricreano mondi, assorbenti e paralleli (Second Life, per esempio); nella seconda, invece, due realtà che si intrecciano con due apparenze differenti e intrecciantesi. Attraverso il mondo mediato, inoltre, posso completare il mio ruolo identitario dentro e fuori dalla rete (Denicolai, 2014, p. 8): effetto fondamentale per l’homegrown jihadist radicalization. Tale radicalizzazione ha bisogno di costruire un qualcosa che permetta di dare valore, sia a livello civile che morale, al sacrificio o solo all’adesione al jihad. Non si può accostare a semplice criminalità, in quanto non è il beneficio materiale di un bottino lo scopo; ma il risarcimento simbolico, ovvero l’esser convinti che fare il male a terzi sia utile per fare del bene di chi si afferma di agire[14].



[7] Hollander, M. A., Gelman, S. A., & Star, J. (2002). Children’s interpretation of generic noun phrases. Developmental Psychology, 38, 883–894. doi:10.1037/0012-1649.38.6.883

Tardif, T., Gelman, S. A., Fu, X., & Zhu, L. (2011). Acquisition of generic noun phrases in Chinese: Learning about lions without an “-s.” Journal of Child Language, 39, 130–161. doi:10.1017/S0305000910000735

[8] Pag. 2, Pulman S., Sentiment Analysis, Computational Linguistics Group Dept of Computer Science, Oxford University, March 11, 2015

[9] Ekman, P., & Friesen, W. V. (1969). The repertoire of nonverbal behavior. Semiotica, 1, 49–98.

[10] Pag. 6, Pulman S., Sentiment Analysis Op. Cit.

[11] F. KHOSROKHAVAR, Radicalisation, Paris, Maison des Sciences de l’Homme, 2014.

[12] Sunstein, C., Echo Chambers: Bush v. Gore, Impeachment and Beoyond, Princeton University Press, Princeton and Oxford, 2001.

[13] Denicolai L., “RIFLESSIONI DEL SE’. ESISTENZA, IDENTITA’ E SOCIAL NETWORK” MEDIA EDUCATION – Studi, ricerche, buone pratiche Vol. 5, n. 2, anno 2014, pp. 164-181. © Edizioni Centro Studi Erickson S.p.a. ISSN 2038-3002

[14] CLAUDIO VERCELLI, Che cos’è la radicalizzazione. Note di riflessione a margine di un processo di politicizzazione di alcune minoranze islamiste Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali

Eunomia V n.s. (2016), n. 1, 7-24.

SULLA POLEMICA TRA PROFESSORI E LINGUISTI

pubblicato 11 feb 2017, 01:29 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 11 feb 2017, 02:17 ]


Le polemiche a volte sono come sommovimenti tellurici che fanno esplodere materiale ben più pericoloso e distruttivo della lava: il dubbio.

E le polemiche nate dalla lettera firmata dai 600 docenti italiani, con la relativa risposta dei docenti di linguistica, ha portato a rivedere alcune convinzioni sull'insegnamento e sulla competenza riguardo l’uso dell’italiano degli studenti e non solo. Già questo è comunque un successo.

Ciò che lamentano i seicento firmatari è, in sostanza: gli studenti scrivono male, leggono poco e hanno difficoltà di esprimersi oralmente. Ciò è dovuto a carenze grammaticali, sintattiche e lessicali: carenze che un sistema scolastico non riesce a sopperire in quanto inappropriato. Le soluzioni proposte sono più controllo degli alunni (alcuni si lamentano delle poche bocciature) e una soluzione didattica da migliorare.

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/02/04/news/firenze_la_lettera_dei_600_docenti_universitari_al_governo_molti_studenti_scrivono_male_intervenite_-157581214/

E’ arrivata di tutta risposta una lettera di M. G. Lo Duca  in cui smonta, riferendosi anche a dati OCSE, l’incompetenza dei bambini italiani nell’uso della lingua e evidenzia alcune carenze del sistema. Non ripeto, ma segnalo il breve ma importante documento.

http://www.repubblica.it/scuola/2017/02/09/news/studenti_e_scrittura_la_lettera_dei_linguisti-157960273/

Mi trovo quasi totalmente convinto del contenuto di quest’ultima. E vorrei aggiungere un altro fattore che ci fa percepire invece, al contrario, una sorta di analfabetismo dilagante. Elenco tre cause:

  •           Bias della super-confidenza. Occorre quando si giudica la probabilità di un evento come maggiormente verosimile rispetto a quello che è in realtà [1], in quanto abbiamo una visione super inflazionata dei nostri stessi giudizi e non accettiamo la possibilità di non essere accurati in ogni nostra asserzione di possibilità. Cosa che può accadere quando la meta-cognizione è collegata con l’effetto meglio-che-la-media [2].
  •          Aumento delle possibilità di espressione (date anche dal web) non corrispondente alla copertura di alfabetizzazione dei parlanti e scriventi.
  •              Pervasività dei nuovi mezzi di comunicazione.

Gli studenti sono più ignoranti? Credo che oggi abbiamo una maggiore accessibilità all'espressione (accesso all'università, accesso a fonti di comunicazione…) e avvertiamo il fenomeno come aumentato tramite il bias della super-confidenza.

Sicuramente analfabetismo funzionale e di rientro sono fenomeni molto importanti in Italia. Concordo con le soluzioni di Lo Duca che parla di “Long Life Learning” , riprendendo De Mauro, in modo da abbassare la diffusione di questi due fenomeni.

Aggiungerei anche una pedagogia nuova, non volta a aumentare il carattere repressivo dei professori; ma piuttosto mirata all'educazione attraverso e dei nuovi mezzi di comunicazione (internet, smartphone…), in quanto inevitabilmente portano con sé nuovi linguaggi che le comunicazioni stanno prendendo. Ciò porterebbe anche a una maggiore comprensione dei nuovi sviluppi della lingua (qualora ci fossero).

Ma allora avremmo bisogno di una Teoria del Linguaggio.


[1]  Gigerenzer, G. (1991). How to make cognitive illusions disappear: beyond “heuristics and biases”. In W. Stroebe, & M. Hewstone (Eds.) European Review of Social Psychology: 2. (pp. 83–115).


[2] Kruger, J., & Dunning, D. (1999). Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incom­petence lead to inflated self assessments. Journal of Personality and Social Psychology, 77(6), 1121–1134.

ECO NEI VERBI REFERENDARI

pubblicato 30 nov 2016, 23:55 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 1 dic 2016, 00:29 ]


 In un libro di recente ripubblicazione, Eco analizza (tra le altre cose) un aspetto molto importante nella comprensione e nell'interpretazione di un messaggio o di un’enunciazione: le presupposizioni[1]. Riprendo qui la sua analisi e proverò ad adattarla ai verbi del quesito referendario in cui siamo chiamati a rispondere il 4 dicembre.

Possiamo far corrispondere il parlare al descrivere delle storie[2]. In queste narrazioni, fondamentale diventa una categoria di fenomeni semiotici differenti chiamate presupposizioni: inferenze o assunzioni che, stimolate da espressioni con delle caratteristiche specifiche, sono identificate con un test di negazione. Prendiamo, per esempio, il verbo “pulire”: esso presuppone che l’oggetto in questione fosse sporco, anche affermando che non fosse stato pulito.

Dal punto di vista pragmatico, le presupposizioni vengono analizzate partendo da due concetti fondamentali:

1.       le condizioni di felicità che gestiscono l’uso delle espressioni e quindi l’appropriatezza degli enunciati;

2.       la conoscenza reciproca dei partecipanti al processo di comunicazione, ovvero l’Emittente e il Destinatario.

a.       Quando si analizza la presupposizione su questo secondo punto, come dipendente dalle conoscenze o credenze di E, delle credenze che E attribuisce a D e dall'accordo di E e D su un insieme comune di credenze o assunzioni di base, allora possiamo descriverne il processo ma senza darne un perché.

Prima di categorizzare i fenomeni in presupposizioni, dobbiamo assumere che ogni discorso possiede una gerarchia dell’informazione nella sua struttura: le unità di informazioni non hanno tutti la stessa importanza, ma saranno distribuite in base alla pertinenza di ciascuna e organizzate in base a livelli. Alcune, infatti hanno una focalizzazione maggiore rispetto ad altre: “alcune informazioni sono collocate sullo sfondo del discorso, mentre altre sono poste in un particolare rilievo”[3].

Le presupposizioni (non da sole, naturalmente) ordinano il significato in maniera gerarchica: si ha una presupposizione, quindi, quando, durante una comunicazione di informazioni attraverso delle espressioni (siano esse unità lessicali o enunciati), vengono veicolati simultaneamente due enunciati che non hanno lo stesso statuto.

(1) Mario ha smesso di suonare

(2) Mario è tornato a Roma

In (1) me (2) vengono veicolate anche delle informazioni non esplicite, ovvero:

(1a) Mario non suona

(1b) Mario suonava in precedenza

 

(2a) Mario è andato a Roma

(2b) Mario era stato a Roma in precedenza

 

Le presupposizioni sono dentro l’informazione data da un testo; si basano su un accordo reciproco tra ascoltatore e parlante e generano qualla cornice testuale che forma il punto di vista all'interno di cui il discorso si sviluppa. Tale cornice è lo sfondo del testo, che poi è distinto dalle informazioni che vengono messe in rilievo[4]. Lo sfondo, espresso in enunciati che portano presupposizioni, deve essere accettato implicitamente come vero; mentre il significato che si asserisce costituisce l’informazione in rilievo[5].

“La cornice di sfondo non rappresenta l’informazione già nota, ma ciò che viene (o deve venire) assunto come incontestabile dai partecipanti”[6].

Vanno distinte due categorie principali di fenomeni di presupposizioni:

a.       Presupposizioni instaurate per il significato codificato di determinati termini, dipendenti quindi dal sistema semantico. Di questa categoria fanno parte le presupposizioni lessicali, ovvero quelle veicolate da unità linguistiche denominate termini-p il cui potere presupposizionale  dipende dalla loro rappresentazione semantica. Il contenuto contiene le presupposizioni in maniera indipendente dal contesto in cui appaiono (vedi i verbi). Secondo Eco, la rappresentazione semantica di un termine-p deve considerare nel suo contenuto anche le azioni a cui si riferisce quel termine: “smettere” presuppone che l’azione fosse attuata in precedenza. “[C]omprendiamo l’unità lessicale sulla base dello stesso schema secondo il quale comprendiamo l’azione di cui parla o parlerà l’enunciato”[7].

b.      Presupposizioni dovute alla strategia comunicativa, dipendenti dall'emissione  di un enunciato e quindi dipendenti dal processo comunicativo. In questa categoria abbiamo le presupposizioni esistenziali: durante un processo comunicativo, vengono usati dei termini che di per se non hanno potere presupposizionale codificato, in modo da portare quel riferimento. Vedi per esempio i nomi propri come “Mario” o descrizioni definite come “la sorella di Mario”: non hanno un potere presupposizionale ma nella frase “la sorella di Mario gioca” si presuppone che esista tale persona.

c.       Eco non considera presupposizioni delle inferenze logiche o le proprietà semantiche implicate in un termine. Per le inferenze logiche, (4) non presuppone (5):

(4) Tutti gli uomini sono bipedi

(5) Alcuni uomini sono bipedi.

Per le proprietà semantiche, “uomo” non presuppone “animale implume, razionale e mortale”.

La semiotica, contrariamente alle semantiche vero-funzionali, è interessata alle strategie di un testo  attraverso cui, considerando gli scenari possibili di un sistema di significazione, si riesce a convincere qualcuno che qualcosa sia valida. Studia cioè il potere posizionale che gli enunciati e i termini-p generano, appena asseriti, in base al loro potere presupposizionale.

Potere posizionale vuol dire la capacità di posizionare qualcuno o qualcosa nel discorso come dato incontrovertibile e scontato (o assumerlo come tale). Il potere posizionale lo possiede l’enunciato emesso da un parlante; l’enunciato in sé possiede solo potere presupposizionale. Una volta enunciato, il potere posizionale si attualizza e le presupposizioni diventano parte dello sfondo, del contesto (ovvero dell’accordo reciproco dei partecipanti all'interazione discorsiva).

Le presupposizioni creano un nuovo contesto. Si usano le espressioni presupposizionali proprio in modo da far si che D assumesse quella (e non un’altra) cornice di sfondo.

Le presupposizioni, però, possono essere contestate attraverso la negazione di usare quell’espressione in quel contesto. Una negazione metalinguistica: le presupposizioni, allora, possono essere negate de dicto e non de re. Abbiamo detto che si tratta di una negazione metalinguistica in quanto la negazione della cornice di sfondo vuol dire negare l’appropriateza del modo attraverso cui l’informazione è presentata, ovvero come vengono usate le parole dal parlante. Se contestata, si deve aprire un’altra cornice di sfondo, cambiarla. Ma questo significa cambiare discorso: un cambio di cornice è un cambio di topic testuale. Più avanti vedremo alcuni esempi nel dibattito elettorale.

Cambiare topic è una manovra strategica difficile, la cui funzione consiste nel mutare una negazione interna in negazione esterna e, successivamente, la negazione esterna in negazione de dicto in modo da mantenere le condizioni di felicità dello scambio.

Givon (1982) afferma che il livello del significato del rilievo rappresenta una informazione aperta alla contestazione; mentre lo sfondo è qualcosa di protetto dalla contestazione. Sostiene Eco, dobbiamo stare attenti al “problema della proiezione, cioè l’ereditarietà delle presupposizioni in enunciati complessi […] Le presupposizioni sono costruzioni sensibili al contesto, quindi è nel contesto che vanno cercati gli elementi in grado di bloccarle”[8].

I termini-p hanno una natura descrivibile all'interno di una semantica ad istruzioni in formato di una enciclopedia[9]. Per rappresentare un termine-p abbiamo bisogno di

a.       Tenere in considerazione le condizioni di felicità codificate nelle unità lessicali;

b.      Rappresentare un insieme di istruzioni l’inserimento nel testo dell’unità lessicale

c.       Prevedere il risultato del test di negazione.

Sia un soggetto S che spera, vuole, progetta o compra un oggetto O. Si ha, dunque:

-          S = un soggetto che può avere ruoli S1, S2, …Sn che sono “atlanti” differenti ma non necessariamente attori differenti.  ESEMPIO: “S1 dice S2” può avere come significato “x dice a y” oppure “x dice a se stesso”.

-          P = predicati usati come primitivi.

-          W0 = mondo attuale.

-          Wj = mondo possibile qualsiasi (in cui j=1, 2, 3, …, n).

-          T0 = tempo del discorso (espresso dal tempo verbale)

-          Tj = stati temporali precedenti o successivi al tempo del discorso (in cui j=-2, -1, +1, +2…)

-          O = oggetto dell’azione o sequenza di azioni eseguita dal soggetto primitivo, ovvero ciò che il soggetto dovrebbe P-are (fare, volere, sapere…); in un testo l’oggetto potrebbe essere anche una frase subordinata.[10]

Useremo questa formalizzazione, di seguito, per i verbi del quesito referendario.

L’uso dei termini-p impone una prospettiva al discorso e obbliga il destinatario del messaggio ad accettare o meno certi contenuti: questo si chiama potere posizionale degli enunciati presupposizionali. Dato che le presupposizioni sono governate dalla struttura dell’enciclopedia a cui fanno riferimento, esse possono essere imposto ai destinatari del messaggio e devono essere considerati come elementi del contesto. Esse quindi non possono essere messe sotto verifica, bensì generano credenze e impongono una realtà asserita dal contesto[11].

 

Il ricorso all'implicito permette di gerarchizzare alcuni contenuti in modo tale che siano accettati acriticamente dall'ascoltatore.

Questa strategia permette di non farli entrare nel topic discutibile e giudicabile del discorso del discorso;  ma ne costituiscono la premessa o, meglio, il frame entro cui si situa la comunicazione stessa. Ciò fanno le presupposizioni: l’informazione presupposta, infatti, resta valida anche se l’enunciato viene negato, o espresso in forma interrogativa (“Il maglione di Valentina non è verde; di che colore il maglione di Valentina?”) determinando quindi una sorta di sfondo, un frame accettato e condiviso entro il quale si colloca l’affermazione posta.[12]

Siamo in grado di evitare questa imposizione contestando la veridicità non di ciò che è reso esplicito dall'enunciazione, ma del presupposto. Questa possibilità, tuttavia, nella prospettiva di una interazione discorsiva, viene giudicata aggressiva: effettivamente impedisce che il dialogo continui, quando addirittura non comporti una chiara accusa di falsità al parlante (Ducrot 1972, 106)[13].

Come esempio notiamo i primi dieci minuti del dibattito sul referendum tra Salvini e Boschi nella trasmissione di Lilli Gruber “Otto e mezzo”: il leader della Lega ha immediatamente spostato l’attenzione del dibattito in un modo che può sembrare aggressivo, per evitare (apparentemente) lo sfondo del dibattito imposto dal ministro con una proporzione “voto SI : voto No = nuovo : vecchio” (presupposizione non giustificata).

Tale proporzione genera un potere posizionale molto chiaro (il nuovo è migliore) per cui la discussione dovrebbe entrare in questo contesto. L’impressione che si ha è che, per cambiare frame, il leader della Lega attacca il ministro, inserendo nella discussione la Banca Etruria in modo da modificare lo sfondo conversazionale. Cosa che infatti accade perché il ministro Boschi inizia a rispondere dentro quel frame.

Salvini, in questo inizio di scontro, da l’impressione di cambiare topic della conversazione; in realtà gioca sulla proporzione affermata precedentemente per dire che “il ministro Boschi rappresenta il vecchio e corrotto”. Si muove all'interno del frame instaurato precedentemente.

Cosa differente accade a Travaglio nel dibattito con Renzi, il cui topic è sempre la riforma costituzionale, come si evince dal video seguente:

Dall'analisi del quesito referendario, il premier sposta l’attenzione e il topic del discorso in modo che il giornalista è indirizzato a rispondere ed è il presidente del consiglio italiano a gestire la conversazione.

Ciò che contraddistingue le presupposizioni dagli altri tipi di implicito è comunque la loro dipendenza dalla struttura linguistica del discorso.

Vediamo di analizzare in maniera formale i verbi del quesito del referendum costituzionale del 4 dicembre

 

Le inferenze prodotte a partire dalla forma linguistica hanno un tratto di certezza, di “non-confutabilità”: stabilendo il quadro entro cui collocare e proseguire la comunicazione, le presupposizioni limitano la possibilità, da parte dell’ascoltatore, di opporre eccezioni (Violi 1997)[14]. Quello che ci interessa qui è di esplicitare le presupposizioni in modo tale da evidenziare l’informazione implicita presenti nei verbi.

-          SUPERAMENTO:

[(m(O1w0t-1)>m(O2w0t-1)) & (Sw0t-1-FA(m(O1w0t-1)>m(O2w0t-1)))] & Sw0t0 FA(m(O1w0t0)>m(O2w0t0))

 Il verbo “superare” presuppone una superiorità di un oggetto che è qualitativamente o quantitativamente superiore rispetto da un altro; anche se si in questo caso è una presupposizione non giustificata[15].

 

-          RIDUZIONE:

[MALE(m(Ow0t-1)) & Sw0t-1 -FA(MALE(m(Ow0t-1))] & Sw0t0 FA(MALE(m(Ow0t0))

Il vero “ridurre” ricollega un oggetto nel suo posto normale, presupponendo che prima non vi fosse; contrariamente al verbo “ricollegare” qui si parla di misurazione e non di spazialità[16].

 

-          CONTENIMENTO:

[ -(O1w0t-1 < O2w0t-1) & MALE(O1w0t-1 O2w0t-1) ] & Sw0t0 FA (O1w0t0 O2w0t0)

Il verbo “contenere” presuppone, come si vede dall'informazione all'interno della parentesi, che siamo in presenza di un eccesso di un ente in uno stadio precedente; e che a questo sia dato un giudizio di valore negativo[17].

 

-          SOPPRESSIONE:

[S1w0t-1 FA(Ow0t-1)] & S2w0t0 CAUSA S1w0t0 (-FA (Ow0t0))

E’ un verbo di cambiamento di stato, in quanto presuppone un fatto precedente al tempo del discorso e un fatto successivo, con un cambiamento di stato. Il verbo “sopprimere”, però, a differenza di “interrompere”, presuppone una negatività dell’ente da annullare[18].

 

-          REVISIONE:

[-CORRETTO (Ow0t-1)] & Sw0t0 CAUSA (CORRETTO (Ow0t0))

Questo è la formalizzazione che ne deriva dalla lettura del quesito referendario. Eppure dalla definizione di revisione della Treccani (“Nuovo esame inteso ad accertare e a controllare, ed eventualmente a correggere o a modificare, i risultati e le valutazione dell’esame già operato, oppure la situazione iniziale o precedente”) possiamo formalizzarlo differente in modo da esprimere l’eventualità di un giudizio negativo di un ente:

[-CORRETTO (Ow0t-1)] --> Sw0t0 CAUSA (CORRETTO (Ow0t0)) 



Nel sottoporre il quesito, dunque, le informazioni che il Governo consegna ai cittadini portano con sé delle informazioni implicite che orientano il punto di vista di chi legge il quesito referendario. I verbi usati possiedono un potere posizionale tale da inserire il quesito dentro la proporzione “voto SI : voto No = nuovo : vecchio”, presente nella campagna di propaganda di una parte del partito politico che ha proposto  il referendum a tutto il Paese.






[1] Eco U., I LIMITI DELL’INTERPRETAZIONE, La Nave di Teseo, Milano, 2016.

[2] Pag. 354, ibidem.

[3] Pag. 359, ibidem.

[4] Sono come informazioni implicite che creano piano piano il frame in cui inseriamo l’informazione che ci sembra rilevante ed escludiamo quella che non lo è: sono le basi del Sentiment.

[5] Black M, MODELLI, ARCHETIPI E METAFORE, Pratiche, Parma, 1983. Ingl., MODELS AND METAPHORS, Cornell University Press, Ithaca, 1962.

[6] Pag. 360, Eco op. Cit.

[7] Pag. 362, ibidem

[8] Nota 12, Pag. 373, ibidem.

Givon, T. , Logic vs Pragmatics, with Human Language as the Referee: Toward an Empirically Viable Epistemology”, in JOURNAL OF PRAGMATICS, 6, 2, 1982.

[9] Eco U. TRATTATO DI SEMIOTICA GENERALE, Bompiani, Milano, 1975.

Eco U., LECTOR IN FABULA,  Bompiani, Milano, 1979.

Eco U., SEMIOTICA E FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO, Einaudi, Torino, 1984.

[10] Pag. 374,Eco. U., I LIMITI DELL’INTERPRETAZIONE, op. cit..

[11] GREIMAS, A. J. et J. COURTÉS, Sémiotique. Dictionnaire raisonné de la théorie du langage, Paris, Hachette, 1979.

[12] Antelmi D. e F. Santulli Presupposizioni linguistiche e linguaggio della politica: osservazioni preliminari a una tipologia testuale, in R. Bauer e H. Goebl (a cura di),PARALLELA IX, Testo – variazione – informatica, Atti del IX Incontro italo-austriaco dei linguisti, Salisburgo, 1 – 4 novembre 2000.

[13] Ducrot, Oswald, DIRE ET NE PAS DIRE, Paris, 1972.

[14] Violi P., SIGNIFICATO ED ESPERIENZA, Milano, 1997.

I GENERI LETTERARI E LA LORO ORIGINE, di Enzo Melandri.

pubblicato 4 feb 2016, 04:20 da Elvio Ceci

 

Questa lunga recensione  passa inevitabilmente da una rapida carrellata e critica (presente nel libro) di alcune strutturazioni diacroniche letterarie precedenti.

Melandri, come per Croce, afferma l’inutilità della divisione della letteratura in diversi generi letterari. Tale processo, infatti,  è fuorviante per due motivi principali.

  •        cosiddetti “generi letterari” non sono né predicati né categorie del giudizio estetico: se esiste un’estetica, il suo giudizio deve essere autonomo dalle generalizzazioni empiriche, come dalle precettivistiche o dalle impostazioni normative.
  •           Questa intuizione pura, per Croce, però si manifestava come espressione lirica; dando dunque un senso marcato a un tipo di espressione rispetto alle altre: il momento lirico si fa fondamento della critica estetica.

Su questo secondo punto, Melandri è molto resistente: questo perché è complesso convertire in espressione intellegibile (comprensibile a un pubblico) un’intuizione. Specialmente  quella che Croce chiama “intuizione lirica”.

  1.           Non si capisce, dunque, perché in Croce ci sia questo “a priori lirico”, quando abbiamo una fondamentale autonomia e parallelismo tra intuizione ed espressione, da un lato, e tutto ciò con la critica, dall'altro.
  2.           La nozione di “lirica”, inoltre, si basa su un equivoco: in essa si riassumono i poli opposti di empirico e trascendentale. Questo genere, infatti, si caratterizza attraverso l’opposizione del suo opposto, l’epico (e quindi il drammatico e altre sue commistioni) carattere trascendentale; e inoltre racchiude in sé altri generi che risulterebbero difettivi o mischiate con altre esigenze dell’estetica (etica, politica, intento didascalico). Allora la sua assolutezza lo rende in contrasto con la natura empirica e lo rende trascendentale. Si applica a tutto ma non si sa bene a cosa in particolare.

E ancora in Croce, la nozione di lirica diventa sinonimo di poesia, attuando un processo riduzionistico a senso unico.

Lo scopo di eliminare la distinzione dei generi, spinto dalla poesia e dalla critica; porta alla domanda: da quale iniziare per una descrizione diacronica? E per quale motivo iniziare da quel genere?

Anche altri hanno criticato l’impostazione crociana.


Benjamin (1928) mostra come l’argomentazione di Croce possegga due fallacie.

1.       Mancata storicizzazione dei generi: loro inefficacia nel confronto con i tempi  e le situazioni della cultura.

2.       Cattivo nominalismo: analisi attraverso un altro procedimento che non sia quello della dialettica dei distinti o delle differenze.

Ciò rende evidente la radicale differenza tra “giudizio classificatorio” (che tende allo specifico) e “giudizio individuale” (che deve tendere al singolare).

Lessing afferma che, grazie ad Omero, abbiamo avuto anche la pittura: “neppure la pittura è fatta di istantanee, ma piuttosto di racconti pitturati che, per quanto brevi, richiedono al lettore una scansione del tempo di quanto in apparenza gli è dato simultaneamente”[1].

Se si accetta questo, tutta il processo di generi dei generi letterari a partire dalla lirica, salta.

Un buon concetto per una classificazione possibile dei generi letterari, e per la loro descrizione evolutiva, sembra essere la nozione di tempo.

La temporalità è l’ apriori della storia e la storiografia è la sua ricerca. Se un qualcosa non è temporale, allora non può essere oggetto della storia. Melandri intende “temporale” un qualcosa che contiene il tempo come una variabile interna e vincolata nel suo esserci. Mentre è “atemporale” tutto ciò che possiede una relazione esterna con il tempo: qui il tempo è inteso come variabile libera e l’oggetto, non essendo modificato, diventa pura sostanza.

Tutti gli oggetti diventano relativi, in maniera funzionale, all’ordine di grandezza del tempo: per un geologo le Alpi sono “recenti” e mutevoli; ma non per uno sciatore o un ecologo.

I generi letterari sono storicizzabili? Dipende dalla loro intrinseca temporalità. Contrariamente al genere lirico, che può apparire atemporale al suo divenire, tutti gli altri generi sembrano all’interno del proprio tempo. Il tempo trattato non è quello  contestuale ad un inserimento del genere in un divenire storico (che ne spiega la genesi, l’evoluzione e la decadenza), per Melandri. Ma è la temporalità intesa come percezione interna nella loro presenza in una durata pura; in cui è presente nella memoria ciò che non può essere contemporaneo (Bergson 1889).

Se mettiamo la lirica al primo posto, allora tutti i generi diventano nella stessa maniera dei quadri da museo: ogni cosa è all’interno della distinzione tra eterno e contemporaneo. Se, invece, facciamo l’inverso, allora tutto ricade nell’ipotesi di Lessing: tutto è temporalità.

Un punto fondamentale, nella origine dei generi letterari, è la tripartizione di essi descritta nella REPUBBLICA di Platone. Egli afferma che esistono tre tipi di poetica e mitologia:

1.       uno che si dà per imitazione, o mimesis, come la tragedia e la commedia (dramma);

2.       uno per esposizione del poeta in persona, come nei ditirambi;

3.       un altro che è un misto tra gli altri due, comune dell’epica e di altri generi misti.

I generi immobili e puri della poesia sono il dramma e il ditirambo. Il tipo (3) è misto tra gli altri due. Dobbiamo tener presente che Platone è colui che teorizzò per primo il procedimento di classificazione dicotomico: esso divide l’universo del discorso in due classi complementari[2]: la prima determinata in base a una caratteristica; e l’altra per sottrazione della prima dall’insieme totale. Nei tre generi definiti precedentemente, si inizia dall’epos e il carattere dicotomico è quello dell’imitazione.

Tuttavia non siamo davanti ad un risultato simmetrico. La mimesis è contrastante con la narrazione, ma non è una cosa perfettamente complementare. Ma quando siamo davanti all'esposizione in prima persona del poeta nella poesia lirica e ditirambica, la complementarietà è sovra-determinata e imperfetta. La mimesis, quindi, non ha bisogno di rispettare alcun limite e può travalicare i confini con l’epica.

Anche Aristotele segue Platone: la mimesis diventa la specificità della poesia; per cui l’uomo dovrà acquisire techne per la sua creazione attraverso regole generali. Appunto grazie alla “mimetikè poìesis”. Sembra che la poiesis si riduca a techne; la quale, quest’ultima, ha un rapporto più diretto con la realtà e con l’empereia. La techne sembra essere una procedura razionale di decisione. E la mimesis?

La teoria della conoscenza viene fuori dall’antica filosofia del linguaggio: tutto parte dalle parole e dal loro fatto di considerarle o per natura significative o per convenzione. Antica è la supposizione che i nomi, essendo indipendenti nel discorso, possano avere un significato proprio e anche generico. Ma la difficoltà si riscontra nella teoria. Essendo il significato convenzionale, la scelta dei nomi è insignificante e, infine, anche la stessa frase e la sintassi del periodo.

Il problema è di individuare il “quid” e l’ “ens”. La possibilità che si ha di individuare l’ente in maniera indipendente dal linguaggio, permette la sua traducibilità in altre lingue; rendendo convenzionale qualsiasi forma linguistica usata allo scopo, sia essa nominale che proposizionale. Il prezzo da pagare per il carattere convenzionale è che tutto il linguaggio, l’intero rapporto tra parole e cose, tra rappresentazione e realtà, deve comprendersi in maniera autonoma.

Secondo Melandri, la nuova gnoseologia è l’isomorfismo, ovvero una teoria strutturale in cui non importa il tipo di dominio in cui si applica (fisico, linguistico o psichico); ma si basa sulla corrispondenza tra gli oggetti: la parola “rosso” e i suoi esempi accettati inter-soggettivamente. Esso dunque non studia i contenuti ma tenta di riprodurre le relazioni di identità e differenze con altri contenuti.


Secondo Aristotele, l’interpretazione espressiva del linguaggio (ermeneutica) è comune sia all'uomo che agli animali. Egli asserisce la necessità di un isomorfismo tra cose e sensazioni, da un lato, e sensazioni e parole dall'altro. Tutto grava sul rapporto non chiaro tra ermeneutica dell’ “esprimere” e l’individuazione di cosa si riferisce il “dire”. Il linguaggio, attraverso la psiche, può dire tutte le cose del mondo e quindi esprimere il mondo; ma non può dire il suo rapporto con il mondo totale, che comunque esprime.

Già Platone affermò una cosa simile, ma non così esplicita. In questo modo, il segno linguistico diventa, da una parte, noetico, intensionale e intenzionale e, dell’altro, ontico, estensionale e referenziale. Partendo dal fatto linguistico e quindi semiologico, si distingue tra senso noetico e significato ontico[3]: doppia indicizzazione del segno che vanno in parallelo e non in maniera consecutiva. Per tale motivo si richiede una teoria extra-linguistica, ovvero un isomorfismo tra pensiero e realtà che presupponga una identità strutturale tra il noetico e l’ontico.

La nozione mimetica allora acquisisce una accezione corrispondentista.

La “dottrina” delle idee non sarà mai una “teoria”, per Platone. Per questo che generalmente si riduce a paradigma o mito allegorico.

La mimesi non è imitazione delle cose; ma, al contrario,  sono gli eventi del mondo che richiedono di essere spiegati come imitazione di idee. Queste ultime permettono che il mondo fenomenico non sia incommensurabilmente differente da quello intellegibile. La mimesi, in quanto imitazione da parte dell’uomo di una realtà che lo trascende, presuppone la metessi, una partecipazione proporzionata al mondo divino.

Precedentemente, con Eraclito, è stato teorizzato il nominalismo: “se il paziente, in quanto soggetto, è individuale”[4]. Ogni momento, ogni soggetto, in ogni istante temporale è irripetibile. E il mondo è una creazione di opposti. In una visione manichea, ogni “idea” possiede una “anti-idea” di segno opposto. Ma non per il pensiero ellenico. Vero e falso è coppia oppositiva unipolare.

L’uomo, anche se parte del divenire della natura, non potrà mai essere all’interno di un processo “conoscitivo” inteso come proporzionale o contemplativo. Non esiste questo tipo di conoscenza. Il rapporto tra uomo e natura diventa ipotizzabile come mimetico e tecnico. Se, infatti, lo ipotizziamo come rapporto pragmatico, il rapporto tra uomo e mondo non è speculare o diadico; comprende una dimensione in più e si fa triadico, implicando una variabile così libera da essere incalcolabile. Uomo e mondo. Il terzo vertice è il divino, il quale rende la questione non più ontica ma noetica; inteso come al di là dell’ente. Cose che non esistono possono esserci; ma peggiore è avere cose che esistono senza significare nulla.

L’imitazione di qualcosa da parte dell’uomo avviene per imitazione degli effetti conseguiti. E fu proprio questo tipo di pre-comprensione animale di imitare gli dei che ha permesso la nascita della mimesis e del processo comprensivo. Lo stesso vale per la poesia, la quale nasce come comprensione e creazione di un ordine divino o di riordinamento dell’universo[5].  E comunque la mimesi è sempre dell’azione e mai della cosa. Il divino non è un qualcosa legato alle superstizione; ma indica il punto di partenza e di ritorno dell’uomo.

Lo stesso Vico affermava che l’uomo non fa la storia, ma può raccontarla, riproducendone mimeticamente il vissuto, l’agito.

La mimesis è espressionistica: ha un eccesso di significato (o, se si inverte il segno, in difetto di significato) rispetto al motivo dato in maniera inizialmente. L’imitazione non è mai ontica; ma è cinetica. Nella sua misura “alta” c’è il tragico o il comico serio: cose per cui è stato difficile dire (o esprimere) che non capire. Nella sua accezione “bassa” c’è l’ironico o l’umoristico. Ma allora si intende una mimesis dinamica.

L’uomo non conosce la realtà; ma ogni sua idea o modello allude implicitamente a tale mimesi: essa è un rapporto che, anche se impossibile da riconoscere,  dovrà essere intenzionalmente alludente ad altro.

Allora origine e genesi diventano incommensurabili: l’uomo imita gli dei; questa è origine della cultura e della comunità della vita (tavoli, giacigli; ma anche vino e droghe).

Ogni genere letterario sembra derivare dall’ "epos” omerico. Abbiamo detto che i generi letterari nascono dalla mimesis o dalla presunzione di oggettività o realismo. Anche nella tradizione religiosa ha provato con i miti a tale fine; ma la catechesi (come in quella cristiana) ha ridotto l’entusiasmo a fedeltà e la fede a alcune credenze ontiche. L’apologesi fino ad Agostino, deriva, infatti, dal pensiero ellenistico con referente mutato. I Dogmi hanno, dunque, riportato al senza-significato il mito della genesi dell’uomo e del mondo: o meglio del mondo per l’uomo.

§  Piccola nota. Checché se ne dica, il dio biblico non è onnipotente. La potenzialità del negativo gli pre-esiste e lo condiziona come materia primordiale. Qualora lo fosse non potrebbe essere contingente, come uomo; e quindi non potrebbe essere in rapporto all'uomo. Già quando in chiesa si dice “sia fatta la tua volontà”, presupponiamo che sia diversa dalla nostra: e per questo non è onnipotente.

Ma se non è onnipotente, allora non potrà essere neanche onnisciente: dio conosce l’uomo e il mondo solo in misura in cui si rapporta con lui. Se non ci fosse tale rapporto di mimesis, tutto sarebbe follia e superstizione; o ateismo.

 

Come avviene il processo di rigenerazione e comprensione della realtà, al livello mentale?

In una teoria dei modelli, come teorizzata da Hertz[6], il momento l’ontico si unisce con il filosofico, in modo tale da conservare il momento dinamico del rapporto tra i fenomeni e i principi dell’intera conoscenza[7].  Le immagini di cui noi parliamo sono le nostre rappresentazioni delle cose, le nostre idee soggettive. Esse hanno la capacità di avere conseguenze quasi-necessarie all'immaginazione affinché corrispondano ad altre immagini; quelle proiettabili nel divenire esterno. Se la corrispondenza non è isomorfa, allora dovrà almeno risultare univoca da parte del soggetto. Da parte del soggetto, l’univocità risulta il limite di un processo di approssimazione graduale; in cui il primo grado sarà dato dalla coerenza formale o sintatticainammissibili saranno le immagini contraddittorie; scorrette le immagini coerenti ma che contraddicono le cose esterne.  Quando invece abbiamo diverse immagini, e tutte ammissibili in grado pari (riferibili tutte allo stesso oggetto), deve intervenire il criterio finalistico di selezione: si preferirà l’immagine che possiede più relazioni essenziali con l’oggetto rispetto che un’altra; o meglio perspicuità. A pari perspicuità, si preferisce quella più semplice, ovvero quella che contiene il minor numero di relazioni superflue o vuote. Il modello, allora, contiene qualcosa in più che la realtà: ovvero quello che possiamo eliminare, privare di significato contenutistico; con un processo che cresce con  il definirsi del processo di conoscenza.

Il modello, allora, non è una copia del reale, ma ne è un automorfo mimetico. Il reale si manifesta nel contrasto inter-immaginativo tra diversi modelli in concorrenza tra loro; ma anche intra-immaginativo tra due momenti successivi dello stesso modello, il quale deve modificarsi per mantenere l’affidabilità. Nel modello si sintetizza tra reale e il razionale, senza una confusione tra i termini, però. Il carattere soggettivo o formale avviene per agnizione o riconoscimento proiettivo; il senso del reale per modificazioni impreviste sul modello.

Il presupposto di tale teoria del modelli si spiega nella distinzione tra “esprimere” e “dire”. Il linguaggio stesso esprime il mondo, in cui si incontrano le cose, le relazioni e le azioni che si lasciano dire. Ma il linguaggio, e altre forme rappresentative e simboliche, non riescono a dire il rapporto che sussiste tra espressione stessa e mondo.

 

Il discorso dei generi, quindi, risulterà più chiaro se, al posto dell’ideale, ci si posizione sul carattere tipico loro. Se identifichiamo, come i grammatici latini, la “classe” e la “relazione” come le due uniche strutture profonde del pensiero; l’analisi del tipo si perde nello scarto tra le categorie residuali di altra provenienza[8].

La peculiarità del giudizio tipologico è che il soggetto e il predicato sono degli individui. Ma, seguendo Aristotele, si può predicare di un individuo con un altro individuo? Per i Megaritici si, perché non si hanno davanti due individui identici; ma solo due oggetti convergenti limiti di un processo di identificazione. Se dico “questo è un tavolo” sono davanti a due principi di individuazione differenti: uno che mi indica cosa è “questo” e uno “cosa è un tavolo”. Per ogni sintesi di giudizio, ci vogliono sempre due opposti principi di individuazione: uno per il soggetto e uno per il predicato. Entrambi devono coincidere “al limite” con l’asserzione di esistenza.

Il “tipo” è un oggetto pseudo-esistente, formato da varie proprietà della Gestalt, della configurazione espressiva. A livello linguistico può essere considerato come uno pseudo-sostantivo, formato dalla combinazione di più aggettivi qualificativi; e che, anche quando funziona da predicato, si comporta come termine individuale (non-universale)[9]. Grammaticalmente, poi, possiamo distinguere il tale aggettivo, come una terza forma autonoma insieme al nome (funtore di classificazione) e il verbo (funtore copulativo-relazionale). È dall'aggettivo che si traggono le altre due forme per Melandri: sostantivatizzando l’aggettivo o rendendolo funzione relazionale del verbo.

In base la trattazione di Melandri, dunque,  è dalla mancanza di identificazione totale tra parole e oggetti che nasce l’atto di mimesis; il quale porta alla nascita della letteratura. È Dal bisogno dell’uomo di creare, come fece la divinità, un ordine razionale del mondo dal caos interpretativo che esso genera.

Possiamo creare una piccola storia dei generi letterari partendo dal mito, in cui i protagonisti erano gli dei; al poema epico, in cui i protagonisti sono gli eroi (uomini ma spesso di discendenza divina); fino ad arrivare al romanzo e alla lirica. Nel primo il protagonista è un borghese; nella seconda un io individuale indifferente.



[1] Pag. 26, E. Melandri, I GENERI LETTERARI E LA LORO ORIGINE, Quodlibet, Macerata, 2014.

[2] Pag. 31, ibidem.

[3] Pag. 38, ibidem.

[4] Pag. 46, ibidem.

[5] Pag. 53, ibidem.

[6] H. R. Hertz, I PRINCIPI DELLA MATEMATICA DELINEATI IN UNA NUOVA FORMA, Bibliopolis, Napoli, 2010.

[7] Pag. 71, E. Melandri, I GENERI LETTERARI op. cit.

[8] Pag. 82, ibidem.

[9] Pag. 86, ibidem.


Bibliografia minima

  • H. Bergson, SAGGIO SUI DATI IMMEDIATI DELLA COSCIENZA, in Opere 1889-1896, a cura di P. A. Rovatti, Arnoldo Mondadori, Milano 1986, pp.1-140.

A un passante - Baudelarie

pubblicato 7 apr 2015, 07:27 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 7 apr 2015, 07:31 ]

Sono stato invitato a leggere una selezione di poesie all’interno di una mostra il cui tema era la relazione di coppia. Mentre eravamo abbracciati dai quadri e dalle opere che descrivevano le diverse tipologie di relazioni amorose mi chiamano, apro il “Meridiano” di Baudelaire e inizio a leggere questa poesia:


A UNE PASSANTE

La rue assourdissante autour de moi hurlait.

Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,

Une femme passa, d’une main fastueuse

Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;


Agile et noble, avec sa jambe de statue.

Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,

Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,

La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.


Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté

Dont le regard m’a fait soudainement renaître,

Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?


Ailleurs, bien loin d’ici! trop tard! jamais peut-être!

Car j’ignore où tu fuis. Tu ne sais où je vais,

Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!


Appena concluso un ragazzo seduto nel pubblico mi dice di essere professore di letteratura francese e di aver scritto una riflessione proprio su questa poesia. Dopo dieci minuti mi porta l’articolo che ora ti propongo o,proprio qui:

 (http://www.uniroma2.it/didattica/linfra_ls_b/deposito/Lettura_di_A_une_passante.pdf)

È veramente una bella analisi, in cui decompone lentamente l'opera e si dimostra l’intenzione del poeta: egli gioca con il topos letterario della mancanza dell’amore, delle scelte sbagliate e tutta la nostalgia che questo comporta. Forse, afferma l’autore, l’episodio non è mai esistito.

Mi sono fermamente convinto che il professore abbia ragione: sicuramente questa corrisponde all’interpretazione autentica della poesia.

Ma, leggendola e rileggendola, sento dentro un’interpretazione personale che potrebbe aggiungere alla poesia un significato del tutto contemporaneo dell’amore verso una passante.

Prendiamola alla lontana. È sempre più facile muoversi: in due ore possiamo spostarci in aereo e arrivare a Ginevra, Salerno o Londra. Sempre più frequentemente ci sentiamo dire che siamo cittadini del mondo. Ma lo siamo? Possiamo veramente considerare le altre città, le altre culture, distanti come un quartiere lontano da raggiungere? Credo di si. E credo anche che esiste un secondo movimento: il mondo è arrivato da noi, dentro le nostre case e sulle ginocchia delle nostre gambe mentre chattiamo con il cellulare o con il pc.

Questo ci ha portato a conoscere e tenere contatti con miliardi di persone, continuamente. Ad avere relazioni continuamente con gente totalmente differente, ma che magari condivide a volte i nostri stessi interessi. Come si è evoluto il concetto di coppia, dopo tutti questi contatti? E qui può aiutare la poesia di Baudelaire. L’amore, infatti, può essere inteso come sentimento donato unicamente a una persone che passa, anche solo per un breve periodo, nella nostra quotidianità, grazie a questo mondo interconnesso; una persona che entra solo per pochi giorni, in cui gli regali tutto quello che sei. Con lei sperimenti come può essere, come sarebbe potuto essere e, chissà, come sarà. Ogni coppia temporanea è una possibilità di vita, un’esistenza conquistata e poi abbandonata. Un atto passione e di attaccamento a questa vita che sempre sempre più distrarci e fuggire.

Non parlo del consumismo dell’amore, delle relazioni; parlo di un sentimento reale, di scoperta, in cui ogni passante è una coppia reale possibile, nella sua unicità, nella sua labilità.


A UNA PASSANTE

Ero per strada, in mezzo al suo clamore.

Esile e alta, in lutto, maestà di dolore,

una donna è passata. Con un gesto sovrano

l’orlo della sua veste sollevò con la mano.


Era agile e fiera, le sue gambe eran quelle

d’una scultura antica. Ossesso, istupidito,

bevevo nei suoi occhi vividi di tempesta

la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.


Un lampo…e poi il buio!- Bellezza fuggitiva

che con un solo sguardo m’hai chiamato da morte,

non ti vedrò più dunque che al di là della vita,

Boldini

che altrove, là, lontano – e tardi, forse mai?

Tu ignori dove vado, io dove sei sparita;

so che t’avrei amata, e so che tu lo sai!1



1Pag. 189-191,C. Baudelaire, A una passante, in OPERE, Arnoldo Mondadori Editore, 2006.


Adelelmo Ruggieri: Fermopoetica

pubblicato 24 mar 2015, 05:25 da Elvio Ceci

Il quarto incontro de L’albero della poesia al Liceo Scientifico “Leonardo Da Vinci” di Terracina ha ospitato Adelelmo Ruggieri. Dietro la cattedra delle presentazioni, oltre all'autore, abbiamo avuto i ragazzi con i propri fogli di carta pieni di appunti, le professoresse con i loro apparati critici, il presidente della Libero de Libero che dirigeva la conversazione e il poeta Rodolfo Di Biasio con in mente le amicizie in comune con Ruggieri.

Ed è stato proprio quest’ultimo a farci notare una caratteristica importante del poeta marchigiano: la sua è scrittura della fissità. Come in un quadro di Hopper, le sue poesie descrivono un frammento immobile all'interno del fluire degli eventi della vita. Le sue poesie sono come un punto su una retta infinita, un fotogramma di un cartone animato; o, usando una sua immagine, un momento in una fila di candele: dietro quelle spente, davanti quelle accese.

Gli sono davanti come una fila di candele ardenti

Indietro sta la riga oscura delle candele spente

Non le vuole vedere quelle morte

Non si volta neanche, per non rabbrividire[1]

L’impressione che si nella lettura del libro è che il tempo sia un’ossessione: il bisogno della fissità, attraverso fotografie letterarie, è un modo di contrastare il tempo. Gli antichi greci, infatti,  concepivano il tempo i due tipologie: Kronos e Aion. Quest’ultimo era la scomparsa di ogni  istante attraverso la divisione di un momento in due processi: ogni istante è scomponibile in ciò che è appena passato e ciò che accadrà nel futuro. Il Kronos, invece, è la fissità presente e continua: è l’iterazione di un attimo che si vive in eterno istante. E questa continuità del presente si addice bene alle immagini della poesia di Ruggieri:

Dèluges

 

Che volume possiede questa goccia? Vai a saperlo

e allora farò così stanotte: prenderò un bicchiere

e conto il numero di gocce che ci vuole a colmarsi

In un’ora ci scommetto è quasi fatta, in un giorno

 

una bottiglia già vuota da un litro si empie di gocce

L’impensabile è così, con il tempo diviene fondato

Per non dire del suono che questa goccia fa, non c’è

modo di ritirarlo in qualcosa. Il suono non ha peso

 

non ha ingombro, non è astruso. Per non dire del

perché e per come questa goccia cade e io anche

cadrò: basterebbe smontare il rubinetto, metterlo

nuovo ed è fatta: niente goccia nessun suono solo acqua[2]


Questa ripetizione di un’azione che sembra minima, ma che, se iterata nel tempo, sembra ben descrivere l’azione di ogni intellettuale o artista: ogni giorno cerca di convincersi  che il suo lavoro sembra fatto di niente; ma invece riempie di significati gli oggetti che ci circondano.

 

P.S.

Durante la conversazione è stata citata la seguente frase di Panofsky: “Lo spazio non è altro che lo luce più sottile”. Questa frase non è stata compresa dall'autore e dal pubblico, compreso me. Poi riflettendoci ho dato questa mia interpretazione.

Siete mai entrati in una camera monocromatica? Ogni cosa (quadri, sedie, tavolo, pareti, pavimento…) ha lo stesso colore, mettiamo giallo canarino. Appena si entra, si ha un effetto straniante in quanto non si percepisce la distanza tra le cose, ovvero lo spazio: i colori, infatti, generano profondità, specialmente in un quadro.

Se aggiungiamo, poi, che noi percepiamo i colori che vengono respinti dall'oggetto, mentre tutti gli altri sono assorbiti. Percepiamo, quindi, una minima parte della luce (quella respinta, la quale è minore dell’intera): potremmo allora dire che la luce, e che genera lo spazio, è quella più sottile.



[1] Vv. 15-18,  “Incorporale”, pag.19, SEMPREVIVI, A. Ruggieri, peQuod, 2010.

[2]Dèluges”, pag. 23, SEMPREVIVI, A. Ruggieri, peQuod, 2010.

An uninvited speaker: Miss Falsification.

pubblicato 4 mar 2015, 14:47 da Elvio Ceci   [ aggiornato in data 4 mar 2015, 14:48 ]

Il 26-27-28 Febbraio a Perugia si è svolto il quarantunesimo Incontro di Grammatica Generativa, presso l’Università per Stranieri di Perugia. Numerosi i grandi nomi, per fortuna; ma numerosi anche i ragazzi che hanno partecipato con presentazioni e poster.

Tra tutti gli studi di grammatica generativa, studi cartografici e quant'altro solo di una persona si è sentita una forte mancanza: la signora Falsificazione. Ogni anno strati geologici di studi teorici sulla sintassi minimalista sono pronti per essere presentati come giustificazioni dei fenomeni racimolati nelle più diverse lingue del mondo. La mancanza di una sua relazione ha dato,anche quest’anno, l’impressione che queste siano spiegazioni che tentavano di dare un carattere generale a fenomeni in realtà estrapolati dal contesto e casuali.

Ma come avrebbe iniziato il suo intervento?

Molto probabilmente così: “Un sistema empirico per essere scientifico deve poter essere confutato dall'esperienza”[1]. Perché in questo modo?

Se facciamo riferimento a quanto detto da Popper nella Logica della ricerca scientifica, esistono delle regole metodologiche, considerate come convenzioni, che costituiscono le “regole del gioco della scienza”[2]. Diamo due esempi di regole metodologiche:

1.       Il gioco della scienza è senza fine;

2.       Controllata un’ipotesi, provato il suo valore, non deve scomparire dal posto che occupa senza una buona ragione.

La  connessione tra regole come queste ci permette di parlare di teoria del metodo scientifico.

Ma quale metodo usare nell'analisi di un’ipotesi, congettura o teoria proposta? Popper divide tali metodi in due grandi categorie: metodi induttivi e metodi deduttivi.

Si definisce inferenza induttiva ciò che procede da “asserzioni singolari” (come per esempio, i resoconti degli esperimenti) verso “asserzioni universali” (come ipotesi e teorie). Questo tipo di inferenza, però, non è controllata logicamente, in quanto ogni conclusione potrebbe essere falsa: per esempio, per quanti cigni bianchi ho osservato e osserverò, non posso giustificare l’asserzione induttiva che tutti i cigni sono bianchi.

Siamo di fronte a ciò che viene chiamato problema dell’inferenza.

Questo problema può essere tradotto come il problema del modo per stabilire la verità di asserzioni universali basate sull'esperienza (come le ipotesi e i sistemi di teorie delle scienze empiriche, da cui la linguistica si è aperto uno spazio)[3]. Un resoconto di un’asserzione è un’asserzione singolare e non universale. Il metodo induttivo è quindi inteso come arrivare alla verità di un’asserzione universale per mezzo dell’esperienza: verità dell’asserzione universale deriva dalle verità delle asserzioni singolari che derivano dalle verità note per esperienza. Per essere perentori, con questa inferenza, un’asserzione universale si basa sull'esperienza induttiva.

Le inferenze induttive sono, tuttavia, giustificate?

Definiamo il principio di induzione come l’asserzione che pone in forma logica accettabile tutte le inferenze induttive. Se questo fosse una verità puramente logica, tutte le inferenze induttive sarebbero puramente logiche, come accade nella logica deduttiva (che vedremo tra poco). Precedentemente abbiamo visto, però, che tale inferenza non può essere puramente logica; e quindi la sua negazione non è auto-contraddittoria, ma logicamente possibile. Si può tranquillamente affermare che questo principio è superfluo: se lo si accetta si deve vedere tale principio come un’asserzione universale a sua volta. Questo permetterebbe che esso derivi da inferenze induttive e, per giustificarle, deve essere introdotto un principio induttivo di ordine superiore; così all'infinito. Il principio induttivo non può essere derivato dall'esperienza.

Il problema dell’induzione per  Popper è dovuto dalla confusione tra psicologia della conoscenza, che tratta di fatti empirici, e logica della conoscenza, che studia le relazioni logiche.

L’invenzione iniziale di una teoria o un’ipotesi è irrilevante per la logica della conoscenza scientifica; questa prende in considerazione non le questioni di fatto ma solo le questioni di giustificazioni e validità[4]. Affinché una proposizione possa essere esaminata logicamente, deve essere già stata formulata e sottoposta a esame logico. Due sono i processi: 1_ concepire una nuova idea; 2_usare metodi e risultati per esaminarla logicamente. Il primo momento è oggetto della psicologia e il secondo è oggetto della logica della conoscenza. La logica della conoscenza fornisce “un’impalcatura logica della procedura dei controlli”[5].

Il metodo deduttivista invece è totalmente differente. Un nuova idea, appena creata, avanza per tentativi e non è ancora giustificata in alcun modo. Da questo momento in poi si traggono le conclusioni per mezzo della deduzione logica.

È una volta ipotizzate che le idee vengono controllate attraverso quattro  procedimenti deduttivi:

1.       Confronto logico delle conclusioni fra loro: confronto in cui si controlla la coerenza interna del sistema teorico;

2.       Indagine della forma logica della teoria: determinare se la teoria ha carattere di teoria empirica o teoria scientifica o se è tautologica;

3.       Confronto con altre teorie: determinare se la teoria costituisca un progresso scientifico, se sopravvive ai controlli;

4.       Controllo della teoria: attraverso applicazioni empiriche delle conclusioni che possono derivare da essa.

Riguardo a quest’ultimo punto, il controllo della teoria deve rimanere anch'esso deduttivo: dalle asserzioni precedentemente accettate (teoria) si deducono alcune asserzioni singolari, ovvero delle “predizioni”, che devono essere controllate e applicate con facilità. Tra queste ci devono essere quelle non derivabili dalla teoria precedente, che la contraddica.

Un volta fatto questo, dobbiamo cercare una decisione che riguardi le asserzioni ridotte con i dati sperimentali del punto 4. Se la decisione è positiva, ovvero se le singole conclusioni singolari sono verificate, allora la teoria ha temporaneamente superato il controllo: non c’è ragione di scartarla. Se la decisione è negativa, e la conclusione falsificata, allora le conclusioni falsificano la teoria[6]. E soprattutto ci devono essere dati riproducibili da altri, per ulteriori controlli.

Il principio induttivo non fornisce un criterio di demarcazione appropriato. Il problema della demarcazione consiste nel trovare un principio in grado di distinguere tra le scienze empiriche e le scienze come la logica, la matematica e la metafisica. Per Popper questo criterio deve essere considerato come un accordo o come una convenzione.

Come definire il concetto di scienza empirica? Egli distingue tre esigenze che un sistema empirico deve soddisfare:

1. sintetico, deve rappresentare un mondo non contraddittorio;

2. soddisfare il criterio di demarcazione, ovvero non deve essere metafisico ma deve soddisfare un mondo di esperienza possibile;

3. distintivo, deve essere un sistema che si distingue da altri sistemi, unico, che rappresenta il nostro mondo di esperienza.

Il sistema che rappresenta il nostro mondo di esperienza è distinto in base al fatto che è sottoposto a controlli e li ha superati, applicando il metodo deduttivo. Quindi l’esperienza è un metodo distintivo, capace di differenziare altre teorie; e la scienza empirica è non solo la sua forma logica ma anche il metodo che la distingue.

Secondo la logica induttiva, il criterio di demarcazione equivale a dire che tutte le asserzioni sono conclusivamente vere o false: decidibili in modo conclusivo. Verificarle o falsificarle è logicamente possibile. Questo non è ammissibile: le teorie non devono essere  verificate empiricamente da asserzioni singolari. Un sistema è empirico o scientifico solo se è controllato empiricamente: il criterio di demarcazione non deve essere allora la verificabilità, ma solo la  falsificabilità di un sistema.  E qui ritorniamo alla nostra asserzione iniziale: “Un sistema empirico per essere scientifico deve poter essere confutato dall'esperienza”[7].

La quantità d’informazione, secondo Popper, fornita da un’asserzione scientifica aumenta quanto più è maggiore la possibilità che entri in conflitto, a causa del suo carattere logico, con possibili asserzioni singolari[8] (e forse è da qui che nasce la mania, si forse è una cosa patologica, di girare tutte le lingue del mondo e farle rientrare all'interno di uno schema universale e generale, sempre più distante. Ma lasciamo perdere e torniamo a noi).

La falsificabilità ha un rapporto asimmetrico con la verificabilità, a causa della forma logica delle asserzioni universali: quest’ultime non sono mai derivate da asserzioni singolari, ma possono essere contraddette da esse. L’unico tipo di inferenza che procede da asserzioni singolari a quelle universali, in una teoria deduttivista è la seguente: attraverso inferenze puramente deduttive come il modus tollens, si può concludere dalla verità di asserzioni singolari alla falsità di quelle universali.

Come possiamo avere asserzioni singolari empiriche come premesse di inferenze falsificanti?

Partiamo dalla relazione tra esperienze percettive e asserzioni base (intesa come premessa di una falsificazione empirica o asserzione di un fatto singolare). Generalmente si ritiene che le asserzioni di base sono giustificate dalle esperienze percettive e su queste si basano. Ma le asserzioni possono essere giustificate logicamente solo da altre asserzioni. Dobbiamo, quindi, distinguere le nostre esperienze soggettive o sentimenti di convinzione, le quali non sono mai giustificazioni di asserzioni di base, dalle asserzioni logiche oggettive che ci sono tra sistemi di asserzioni scientifiche e all’interno di ciascuno di essi.

Cosa significa per Popper “oggettivo” e cosa “soggettivo”?

Egli afferma che, nella scienza, l’oggettività delle asserzioni consiste nel fatto di essere controllate inter-soggettivamente[9]. “Soggettivi” sono i nostri sentimenti di convinzione che dovrebbero essere analizzati dalla psicologia. Un sentimento di convinzione non può giustificare mai un’asserzione, in quanto consiste in una mera ipotesi psicologica. Essa diventa oggetto di scienza quando avviene il controllo inter-soggettivo.

Come le asserzioni della scienza devono essere oggettive, anche le asserzioni della base empirica devono essere sottoposte a controlli intersoggettivi. I controlli prevedono che le asserzioni da controllare si possano dedurre da altre: non possono esserci nella scienza asserzioni definitive, ovvero che non possono essere sottoposte a controllo. Tutte, in linea di principio, possono essere falsificate.

I sistemi si possono controllare da asserzioni di universalità più basse. Questo potrebbe portare a un regresso all'infinito, che sembrerebbe simile a quello contestato al metodo induttivo. Ma qui siamo davanti ad una differenza importante: il metodo deduttivo non consolida o giustifica le asserzioni; ma tenta di falsificarle. I controlli devono essere di fatto portati all'infinito. Ciò che basta, per Popper, è che ciascuna asserzione si possa controllare.

 

Queste idee serpeggiano in alcuni lavori. Mentre i grandi studiosi presenti non sembrano curarsene e continuano a giustificare fenomeni che la loro intuizione ha portato ad assimilare per similitudine tra lingue più disparate; i ragazzi sono molto più rigorosi e presentano dati, teorie e possibili falsificazioni. Ma soprattutto tanta passione.

Il bello dell’ Incontro di Grammatica Generativa quest’anno, che superato anche la grave mancanza, è che l’organizzazione è stata ottima. Perché questo Incontro non è stato solo un insieme di studi teorici sulle strutture sintattiche. Ma soprattutto:  gli occhi di ragazzi che cercano, saccade dopo saccade, un futuro prossimo; le penne dei grandi studiosi che prendono appunti alle parole di ragazzini a confronto; nei precisi poster studiati in ogni virgola; nelle gambe stanche che aspettano di essere ascoltate davanti ad essi; nelle discussioni sull'Anarchia con una bottiglia di vino; nell'energia timida di una mano che raccoglie i capelli dietro l’orecchio dopo aver vinto un premio; nelle domande calde dei compagni sempre vicini anche se lontani miliardi di centimetri.



[1] Pag. 22, Popper Karl R. (2010), Logica della ricerca scientifica, Einaudi editore, Torino.

[2] Pag. 37, ibidem.

[3] Pag. 6, ibidem.

[4] Pag. 10, ibidem.

[5] Pag. 11, ibidem.

[6] Pag. 12-13, ibidem.

[7] Pag. 22, ibidem.

[8] Pag. 23, ibidem.

[9] Pag. 27, ibidem.

DA MANI MORTALI: UNA POESIA DA GIARDINO.

pubblicato 11 feb 2015, 04:27 da Elvio Ceci


Giovedì scorso (05/02/2015) si è svolto il terzo incontro di poesia presso il liceo scientifico Leonardo da Vinci a Terracina, in cui è stato presentato il libro Da mani mortali di Biancamaria Frabotta.


Il libro è una raccolta di poesie diviso per sezioni. È un’opera molto densa, in cui ogni sezione sembra un mondo a parte, quasi fosse silloge di altri libri. Essendo linguista per professione, mi sono concentrato subito sulla sezione del libro “Il miracolo delle lingue”. In questa, come nelle altre sezioni, le poesie non hanno un titolo: il titolo, a volte chiave decifratoria dei componimenti, è lasciato alla sezione; quasi come se tutte le poesie sono in realtà strofe di una sola lirica. Proveremo ad analizzare alcune delle poesie attraverso la chiave interpretativa della linguistica e, della più lontana, nascita del linguaggio.

Fin dall'inizio, tuttavia, ci si accorge che l’oggetto di canto non sono le lingue storico-naturali, come italiano russo o ittita. Ma del linguaggio degli animali. Qual è la differenza? Dalla prima poesia, possiamo estrarre alcuni caratteri:

Senza saperlo abbaia per donne

e bambini, il cane della vicina.

Nell’ora migrante che bagna

i bordi della strada, nelle fosse

scavate, negli anni, dalla giovane

caccia canaglia abbaia dentro al sole

affinché, su di lui, il sipario non cali.

 

Nel primo verso troviamo “Senza saperlo abbaia..”, in cui una differenza fondamentale tra lingua e linguaggio degli animali viene fuori: gli animali non hanno coscienza dei suoni emessi. In una delle numerose teorie, la nascita del linguaggio è collegato alla conquista della posizione retta. Tale conquista ha comportato, infatti, l’impossibilità di trasportare i propri bambini, che si aggrappavano ai peli della madre, durante gli spostamenti. Per questo motivo, furono costrette a lasciarli correre da soli e trovarono nella soluzione acustica, il linguaggio,  un qualcosa che permetteva loro di avere le mani libere, che potevano usare in quei viaggi. La nuova relazione stabiliva un collegamento con il bambini con cui iniziarono a focalizzare l’attenzione su un determinato pericolo, ostacolo od oggetto.

La cultura ebraica ha ben capito l’importanza di questo carattere: sapere, conoscere e nominare un oggetto è diventa come possederlo; è focalizzare l’attenzione e le risorse cognitive degli ascoltatori con la rievocazione acustica dell’oggetto. Per questo dio fa passare davanti all'uomo tutti gli animali; per questo dio non può essere nominato: non possiamo possedere una divinità.

Il linguaggio degli animali non ha però il carattere di significazione, né tanto meno una sintassi sviluppata: è un proto-linguaggio articolato in comportamenti condizionati da istinti e bisogni; senza il carattere evocativo. In questo linguaggio è l’uomo, la poetessa in questo caso, che dà significato ai segni che vede. Nella prima poesia, infatti, il latrare del cane è non cosciente.

Nelle poesie della Frabotta, questo carattere di possesso degli oggetti e degli animali sembra agire nel sottofondo: in tutte le poesie del libro nominati solamente animali e oggetti che l’autrice riesce a possedere. Nella sezione “Il miracolo delle lingue”, infatti, il linguaggio descritto è quello comportamentale non di animali esotici e feroci; ma gestibili e gestiti, come volpi, tortore, mosche… 

È l’uomo che dà significato alle entità del mondo, anche a versi di ani che ci procurano una paura irrazionale e immotivata; come per il verso dell’ “uccello del malaugurio”: paura data dalla novità, inaspettata (“invenzione”), del grido dell’animale.

Un uccello del malaugurio

che non abbiamo meritato

s’alza in volo dalla grondaia.

Per vanagloria o per vendetta

freddandoci il sangue

con l’ingegno di un grido

inventato stanotte.

 

Il significante, i segni acustici e comportamentali, non sono portatori di un significato, nel linguaggio animali: sono essi stessi il contenuto del messaggio, che il poeta deve de-costruire. Come, per esempio, le piume di una tortora trovate, rappresentano il gioco della sopravvivenza, della selezione naturale, vinto forse dalla volpe:

Vorrei che l’avesse portate

fin qui, il vento, queste piume.

Un vento grigio sotto la mimosa.

Ma sono qui da tanto, pegno

di un gioco di pazienza

tra la tortora e la volpe.

 

Se continuiamo il nostro filone interpretativo, la seguente poesia acquisisce un significato particolare:

Viene da boschi lontani

il verme della sughera

che non dà tregua ai pini

né pace concede, ma

abuso di luce fra i rami.

 

L’immagine ci rimanda immediamente a un’altra funzione o caratteristica del linguaggio, questa voleta umano: creazione del pensiero. Il tarlo della sughera che non dà pace ai pini per un eccesso di luce, ci sembra una metafora di quel pensiero che insistentemente lavora all’interno di noi; rosicchiando la foresta di simboli (Baudelaire) e concetti interiori: parlo del dubbio, generatore del pensiero (DesCartes). Il dubbio è ciò che spinge alla riflessione, s’insinua e non concede pace. A volte è dannoso: necessita e desidera “luce”, chiarezza, fra le obre delle nostre credenze, abusandone in certi casi (come nei rapporti nei rapporti con le persone che si basano sulla fiducia).

Le lingue sono un miracolo, ma non divino, bensì umano. Fu una necessità e uno strumento utile per le organizzazioni stanziali, organizzate in società. Appena ha potuto, infatti, l’uomo si è fermato, abbandonando il carattere nomade ed è rimasto come “navi/ ancorate nel mare”. E con loro le lingue da essi parlate. Quando le comunità dei parlanti sono aumentate, le lingue si sono differenziate in dialetti. Differenze tecniche insite tra lingua e dialetto non ci sono; ai linguisti piace affermare che una lingua è un dialetto con una flotta e soldi maggiore degli altri. Carattere prettamente politico, quindi prettamente umano (Aristotele), “con lo scarso dirsi di Dio”:

Mentre stanno le navi

ancorate nel mare

una luna ordinaria

va dove vuole il pendio.

Con lo scarso dirsi di Dio.

Verso una Lingua Europea

pubblicato 3 nov 2014, 07:29 da Elvio Ceci



È uscito alle stampe, recentemente, il nuovo libro di Tullio De Mauro, STORIA LINGUISTICA DELL’ITALIA REPUBBLICANA, che riprende suoi studi sull’Italiano fermatosi nel secondo dopoguerra. Contrariamente a come credeva Pier Paolo Pasolini, i dialetti non morti, è semplicemente cambiato l’uso che gli italiani ne fanno. Analizziamo un po’ di dati. Nel 2006, l’italiano è parlato dalla maggioranza relativa della popolazione; anche se il 49.5% continua a far uso del dialetto in modo alternativo alla lingua comune[1]. L’uso dell’italiano, infatti, permette di essere più cosciente dell’uso dialettale dell’esprimersi. Come dicevo, non c’è stata quell’ “omologazione che Pier Paolo Pasolini paventava nel 1964”[2]. Il dialetto è ancora usato nella vita familiare e con gli estranei si preferisce l’italiano: il dialetto è la lingua del cuore, personale e privata; mentre l’italiano è la lingua dell’ufficialità, della scuola e delle relazioni formali.

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